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La canzone l’avevano già nel loro repertorio, dunque bisognava utilizzarla. La provano, la riprovano e vien fuori così così, vale a dire una volta benino e una volta maluccio, ma questo è, e non è questo il punto.

In me, senti che ti risenti, scatta l’infantile ricordo – infantile, ché nell’ultimo mezzo secolo frequentai  le chiese quasi esclusivamente per goderne gli affreschi e le architetture. “Luce dona alle menti”? Ma come, non era “alle genti”? Boh, mi tengo il dubbio e vado a vedere. E’ vero, da Bocelli in giù (o in su? Mah!) quasi tutti dicono “menti”; però se le informazioni di colui che firma l’articolo sull’Eco di Bergamo (fonte che si presume ben informata, se bergamasco fu l’autore dei versi in italiano) sono certe, il monsignor Angelo Meli scrisse in una strofa “menti” e nell’altra “genti”.

Indeciso? Il buon prete forse, nulla più che umano strumento di una volontà che promana direttamente dall’Alto e che fallare non può – come opportunamente fece sapere Bellarmino a Galilei, prima di arrivare ai ferri corti (ruota et similia). Ma Lui, il Sommo ispiratore, “lui, la sua barba ed il resto era vuoto” (cfr. F. Guccini in La genesi, Opera buffa), cosa dettò davvero, in quella notte? E noi, ora? A che santo votarsi allora (tanto per stare in tema) per risolvere il dilemma?

L’unico che mi viene in mente è sant’Alfonso Maria de’ Liguori, (detto anche Alfonso de’ languori, dai soliti anticlericali, massoni e comunisti; genia mai estinta Renzi nonostante). Purtroppo per noi, Alfonso ignora Stille nacht, nonché la sua versione in italiano, essendo passato su questa Terra per lasciarci qualche buona melodia, giusto un secolo prima degli austriaci Mohr e Gruber, e due prima del bergamasco Angelo Meli.

Non che io fossi granché informato sull’attività di questo Alfonso de’ Liguori (o Languori che dir si voglia); sapevo, questo sì, di quell’interminabile “Quanno nascette Ninno” – credo a causa della NCCP (ma anche per via di “Tu scendi dalle stelle”), non conoscevo, invece, né “Fermarono i cieli”, né tanto meno “Bambino mio bellissimo” – e qui vanno ringraziati Ambrogio Sparagna e Peppe Servillo.

Comunque: sant’Alfonso non aiuta, e men che meno può servire farsi tradurre il testo dal tedesco, poiché il buon prete bergamasco ci mise del suo nello scrivere la cover, senza farsi intimorire dal vecchio adagio che ammonisce: tradurre/tradire. Un po’ come succede a quell’altro celebre canto: “O Tannenbaum”, nato anche lui nel paese di Wagner, poi emigrato in America (e di là in tutto il mondo), che in italiano recita cose parecchio distanti dall’originale. Anzi: sia l’originale tedesco che la versione italiana, col Ninno di cui sopra hanno davvero poco a che fare.

Ma torniamo al punto. “Luce dona alle menti” o “Luce dona alle genti”? Cambia soltanto una consonante o cambia anche il significato? E perché preferisco “genti” all’indistinto “menti”?

“Menti” mi pare più raffinato, esclusivo, elitario. Alcuni, non tutti. In questo senso “genti” non si presta ad equivoci: tutti, ognuno.

Sempre che l’Astro sia già in viaggio e porti davvero luce, visto che la cosmonauta Cristoforetti (nomen omen?) non mi pare l’abbia ancora avvistato. Ne avrebbe dato notizia, lei come, a suo tempo, Gagarin, al quale si attribuisce ingiustamente la famosa frase – quassù non c’è nessuno. Parole che più tardi ispirarono Elton John, ma che in fondo provenivano, senza mediazione alcuna, dal ritornello di una lontana e famosissima ‘canzone beguine’, la quale contemplava, già nel suo primo verso, l’amaro e solitario destino di ognuno di noi:

Vaco distrattamente abbandunato…
Ll’uocchie sott”o cappiello annascunnute,
mane ‘int”a sacca e bávero aizato…
Vaco siscanno ê stelle ca só’ asciute
…”.

E con questa si tornerebbe a Napoli, ancora una volta nei pressi del già citato Alfonso e dei suoi languori, poiché c’è certamente un ‘filo’ musicale che scende da lui fino ai vari Sergio Bruni, Carosone e Renzo Arbore (passando persino per “Il giovane favoloso” di Martone, se ho ben udito. D’altro canto la luna è soggetto leopardiano per eccellenza).

E così chiudiamo, tenendoci il dilemma irrisolto, con una ‘Luna rossa’ pre-natalizia di tanti anni fa (ancora qualcosa di irrisolto, anche lì).

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