Storia di una fotografia. Quello che c’è e quello che non si vede.

Io, per esempio, non ci sono e dopo dirò il perché.

Pessima fotografia, peraltro. Ma come ha fatto colui che scattò a non accorgersi di quel bastone che tagliava esattamente a metà il sorriso di Adriana? Incapace.

Su Feisbuc qualcuno ha commentato: eravamo a Taizé. Sì.

Ricordo un casino di tende, grandi e piccole, i tendoni per i dibattiti e le assemblee, la mensa, l’accoglienza … una pluralità di lingue, canzoni e poi il silenzio, la sera, dentro quella chiesa buia enorme e quasi nuova. Migliaia di giovani europei, certo non tanti quanti ne aveva visti assieme l’isola di Wight l’anno precedente, ma d’altra parte non era neppure un confronto proponibile, poiché la stragrande maggioranza dei convenuti lassò in collina, in Borgogna, aveva in mente di attrezzarsi per cambiare la Chiesa oppure per capovolgere il mondo. I più radicali (che alla luce di alcuni fatti appena di poco posteriori e di altri già in essere, si riveleranno come i più eversivi) erano per sovvertirli insieme entrambi: Chiesa e Mondo. Niente di meno.

E la cosa non deve sembrarvi paradossale, in fondo le parole di Camillo Torres dalle montagne della Colombia avevano già tre o quattro anni di vita, e poi Helder Camara, la teologia della liberazione …, ma anche in Italia si muovevano cose su quel versante. Insomma di materiale in pentola ce n’era perché allora il Tempo era giovane, irrequieto e fantasioso, (qualità che oggi sembra aver perduto soltanto a vantaggio di una maggiore velocità).

Si può pertanto affermare che, in seno a quella popolazione eterogenea per lingua, idee ed età, vi fossero anche alcuni di coloro che, per dirla con le parole di De Gregori, finirono con lo spegnere le loro giovani vite dentro una fornace.

E questo non per smentire (e ci mancherebbe!) l’album di famiglia e tutto quel che se ne scrisse, ma non sono quelle le sole fotografie da sfogliare.

Ma torniamo a questa foto, io non ci sono perché son quasi certo che non fu scattata a Taizé ma a Cluny. Ero rimasto con Robi là fra le tende poiché avevamo conosciuto due spagnoli che cantavano (fra l’altro) Bob Dylan in francese, poi anche Simon e Garfunkel ed altre cose, e chissà per quali altre vie conoscevano persino Giancarlo Chiaramello, cosa che ci stupì moltissimo perché noi lo avevamo sentito nominare forse soltanto in qualche Festival di Sanremo. I due spagnoli cantavano insieme The boxer (che divenne da quel momento la canzone del cuore del mio amico), ma io ricordo soprattutto questa: https://www.youtube.com/watch?v=3ziN1DCgNOo e poi naturalmente intonavano Blowin’ in the wind, We shall overcome e altre cose così.

Su altre cose ho meno memoria: una Citroen DS per completare l’ultima parte del percorso di andata e una lunga sosta alla periferia di Lione, col pollice proteso, sulla via del ritorno.

Noi due lì a cantare e gli altri a Cluny.

È anche in questi dettagli che si misura quanto è davvero lungo mezzo secolo.

Allora non sapevo nulla di Cluny né dello stile romanico, è normale che sia rimasto lì come un cretino a cantare We shall overcome some day.

La musica era una passione più antica, istintiva, il resto bisognava coltivarlo.

In mezzo a tanta erbaccia da strappar via, alcune piantine son venute su bene, altre meno.

Il bilancio lo faremo un’altra volta.