LORO

Erano giovani, e assolutamente convinti che il Vietnam fosse una frontiera, dalla quale espellere gli americani coi loro elicotteri e i B52 che vomitavano napalm. Erano giovani. Alcuni dei loro padri avevano combattuto i nazisti, qualche altro aveva sparato sui fascisti di Salò, la maggioranza, invece, non aveva fatto molto di più che aspettare; aspettare che arrivasse il 25 aprile per cantare almeno una volta Bella ciao. Fra quei giovani c’era chi aveva ancora nel fondo di un armadio guardaroba la maglietta a strisce indossata nel luglio del ’60. Altri ricordavano d’aver ascoltato per radio la cattura e l’assassinio di Patrice Lumumba a Stanleyville; pochissimi conoscevano quella canzone di Amodei e Straniero sui combattenti d’Algeria, qualcuno (solo in Francia, però) canticchiava Boris Vian: Monsieur le President. Assai più numerosi quelli innamorati dei ‘barbudos’ e di quel medico argentino detto il ‘Che’, del quale, però, da qualche mese non si avevano più notizie. Un altro che li affascinò parecchio fu il Grande Timoniere a nuoto nello Yang Tse, ‘sparate sul quartier generale’ disse tornando a riva, perché ‘la rivoluzione non è un pranzo di gala’.
Erano giovani e non tolleravano discriminazioni dovute al colore della pelle. Di che colore è la pelle di Dio, cantavano i giovani cattolici di qua. Per questo, se avessero potuto, sarebbero volati tutti a Washington, nel ’63, alla marcia organizzata da Martin L. King; magari sarebbe loro sfuggita, sotto traccia, quella frase poi celebre: I Have A Dream, ma certo non si sarebbero persi quel duetto Dylan-Baez. Blowin’ in the wind. Perché il vento soffiava forte in quegli anni che precedettero il ’68, e non c’era bisogno del metereologo, scrisse Dylan, per conoscerne la direzione.
Erano giovani e, come intitolava quel documentario francese, Lontano dal Vietnam. Forse ancora incerti fra Beatles e Rolling Stones, però consapevoli (ed anche più del loro coetaneo Morandi) di quale strumento erano ora costretti a suonare laggiù, nel sud-est asiatico, altri coetanei che pure avevano amato e cantato: Masters of War.
Mentre le mamme e le zie ancora piangono l’infelice Soraya ripudiata dieci anni prima dallo Scià di Persia, quest’ultimo giunge a Berlino con la nuova moglie in visita ufficiale. Anche qui scontri di piazza e un morto: Benno Ohnesorg. E’ l’inizio di una storia pesante (un cammino che faremo anche noi in Italia), che va da un omicidio a un ‘suicidio’ plurimo, quelli nel carcere di Stammheim, Ulrike nel ’76, gli altri l’anno dopo.

Berkeley, Berlino, Parigi, Trento. Erano giovani e frequentavano l’Università. Qui da noi alcuni ebbero come compagni di Facoltà degli studenti greci e da loro impararono presto che il sirtaki era soltanto una cartolina per turisti, finirono così per scontrarsi in piazza con gente che gridava: Ankara, Atene, presto Roma viene. Fra questi ultimi pochi erano studenti, molti gli allenati a picchiare e un po’ di gente defilata in giacca e cravatta che prendeva appunti da archiviare in qualche dossier.
Si scriveva moltissimo allora, non soltanto dossier, e si leggeva altrettanto. Libri, riviste ma anche molto cicl. in prop. L’alternativa erano i cinema d’essai …, le canzoni.
Ma tutto questo avveniva Prima della rivoluzione.

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