L’uovo

Oggi parleremo di Dante Alighieri e … di altre cose

Era tanto tempo fa. Mio padre al mattino prendeva un caffè poi usciva per andare al lavoro. Appoggiata all’uscio di casa c’era sempre una copia omaggio della Stampa che il dirimpettaio, rientrato qualche ora prima dal magazzino dove le impacchettavano per distribuirle nelle edicole, aveva messo lì per noi. Poi mia madre accendeva la radio e noi ci alzavamo per andare a scuola. Certezze non ce ne sono, ma credo d’aver conosciuto l’aneddoto su Dante e l’uovo proprio lì, in una di quelle mattine. Dalla voce di Piero Bargellini.
Bargellini era un democristiano, intellettuale, sindaco di Firenze ai tempi dell’alluvione, già coinvolto nel governo della città ai tempi di La Pira e quindi, probabilmente, democristiano di sinistra (naturalmente con tutti quei distinguo necessari e che oggi appartengono all’archeologia della politica). Ha scritto parecchio, un libro suo che dovrei anche avere da qualche parte ha un titolo bellissimo: Pian dei giullari (che poi è un luogo lì sui colli attorno a Firenze). La storiella, che è una di quelle cose che riguardano la cura che si deve avere per la memoria e quindi mi è particolarmente cara, dice che Dante stava seduto forse a limare endecasillabi dalle parti del Duomo quando passa un tale che gli chiede quale sia il miglior cibo: l’uovo risponde il poeta e torna a pensare ai casi suoi. Passa un anno e si ripresenta il tale che domanda: con cosa? Col sale risponde prontamente Dante. Finito lì.
Se ci si crede, bell’esempio di memoria visiva comunque, in una città che all’epoca sfiorava i centomila abitanti anche se più di due terzi, io credo, non aveva certo il tempo di bighellonare per via dei Calzaiuoli a far domande oziose.
Centomila, un bel numero, mica una città semideserta come appare Torino in questi giorni e in certe ore.
Ieri passeggiavo in via Po in cerca di libri da portarmi in vacanza (e invece ho trovato due vecchi dischi: un Jean Ferrat e uno di folk piemontese di quelli con ghironda e organetto) lungo quei portici con i negozi prossimi alla chiusura e le colonne graffitate dalla rabbia e dalla fantasia degli ultimi e penultimi striminziti cortei.
https://torino.repubblica.it/cronaca/2019/07/28/foto/il_degrado_scorre_in_via_po-232256715/1/#1
Rabbia e fantasia son mal espresse, siam d’accordo, ma pare che non suscitino nulla di più consistente delle lamentazioni subalpine cui ci aveva abituato – a quei tempi! – Specchio dei tempi. Intanto si lamentano, coi toni afflitti di un buon tempo antico che non può tornare, anche gli ex assessori, e mentre leggi l’intervista su Repubblica senti provenire da lontano le note di Those Were The Days. Quelli eran giorni, sì (che forse, in originale, era persino una melodia russa).
Insomma: agosto, città vuota.
Penso.
Cammino e penso.
Canticchio spesso quando penso.
La donna ha una relazione apparentemente tradizionale: “c’è chi ogni sera mi vuole accanto a sé / ma non m’importa se i suoi baci mi darà” e tuttavia vive nel ricordo di un altro, un lui lontano e solitario, è un rimpianto talmente assoluto: “io penso sempre a te / soltanto a te” che annichilisce ogni presenza viva attorno a lei, al punto che, nonostante la folla che popola le strade, la città le sembra vuota.
Sul come questa canzone, del 1963, sia potuta diventare, oltre mezzo secolo dopo, la colonna sonora di un cortometraggio di un celeberrimo spot pubblicitario che illustra le forme di Letitia Casta è un mistero, per me inspiegabile.

Comunque, alla fine, un libro l’ho comprato. Quasi al buio, come si dice, mi è bastato leggere questa frase sulla quarta di copertina: “agosto del 1936 sulla piazza della città i franchisti stanno dando fuoco ai libri per cancellare ogni traccia del passato repubblicano”. Toh! ho pensato, sembra d’attualità e mi son girato per pagare. Il venditore – ci conosciamo da tempo – saluta, mi dà il resto … esita: Aveva ragione lei.
Eh! Ho sorriso.
Abbiamo battuto entrambi il record di Dante e del suo interlocutore: loro un anno, noi tre.
A lui non è venuta in mente Città vuota di Mina, ha proprio detto: la città è morta, e so per certo che non pensava a D’Annunzio.
Tre anni fa avemmo una lunga discussione: l’alternativa è Chiara, mi diceva e con lui il 54% della città.
Nei mesi e negli anni a seguire ci vedemmo spesso e parlammo d’altro: dischi, film, libri, del tizio che c’era lì prima di lui … Talvolta abbiam parlato anche di scuola perché lui ha una qualche relazione amicale o di parentela, che ora non ricordo, con un mio antico allievo, e così è andata fino a ieri quando, nel darmi il resto di venti euro è passato persino dal tu consueto al lei.
Aveva ragione lei, professore.
A quel punto mi sarebbe piaciuto rispondere: col sale, ma non volevo passare per scemo. Così ho ammiccato e poi: sì, ma bisogna farsi riconoscere la ragione al momento giusto. Ormai è tardi.
Ci vediamo.
Ciao.

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