Se non apparisse come un’immagine da film in bianco e nero con un po’ di pioggia e un po’ di nebbia, un po’ di Zivago e un po’ di Casablanca, mi piacerebbe dire, quel che d’altronde ho sempre pensato: quando io arrivai in stazione il treno del ’68 era appena partito.
Una questione d’età. Anche di provenienza sociale, se vogliamo.
Non frequentavo le scuole giuste, avevo alle spalle un ’67 scolasticamente disastroso e un milieu familiare con gli occhi aperti sui cambiamenti, ma osservati però con gli occhiali di un’ancestrale prudenza contadina, ch’era poi l’eredità più cospicua che i miei genitori avevano rinchiusa in valigia lasciando il Veneto per Torino un quindicennio d’anni prima.
Ci sono stagioni della nostra vita durante le quali siamo certamente stati un’altra persona da quella che ogni tanto si volta a riguardare. E se voltarsi indietro è affascinante, talvolta necessario, è anche spesso un pericoloso errore, vedi Orfeo che si giocò Euridice quando ormai era prossimo all’uscita dall’Ade.
Se mi giro vedo una mattina d’estate e un adolescente che cammina scalzo lungo un ampio viale di periferia, da poco inaugurato. Sta immaginando che negarsi l’uso delle scarpe, che tiene in mano, aggiunga un tassello a quell’infinito puzzle di cui sta acquisendo confusamente conoscenza, e del quale sta imparando a riconoscere disordinatamente alcune tessere che si chiamano: figli dei fiori, hippy, Joan Baez, ‘Come potete giudicar’, ‘Noi non ci saremo’. Il ragazzo si guarda attorno e vede case in costruzione sui prati dove fino a ieri ha giocato ai cow-boy e agli indiani, con dentro anche un po’ di capitan Miki e Blek Macigno. Un tempo così prossimo eppure già distante in quel mattino, volutamente allontanato, come i pantaloni corti (e le gambe lunghe magre e forti, scriverà Lolli più tardi) finalmente sostituiti dai jeans a zampa d’elefante.
Ma non è, non è il ’68 questo. E’ prima.
Certo, prima se stiamo al calendario. Ma se andiamo a consultare l’orario ferroviario della Storia, quello che non tiene conto del calendario ma dei fatti, allora lo si può dire con certezza: il treno del ’68 era già partito, ed io ero ancora lì con le mie scarpe in mano.
Eppure.
Eppure le richieste di salire su quel treno devono poi esser state così numerose che, senza por tempo in mezzo, quasi a ridosso del partente, qualcuno allestì un convoglio straordinario (nel senso di non previsto dall’orario ufficiale). Salii su quello, credo; con un leggero bagaglio a mano.
Ecco perché mi ritrovo ancora spesso nelle tasche tessere di quel puzzle là, (che nel frattempo sono cresciute di numero e qualità). Qualcuna me la ritrovo fra le dita quando cerco le monete per acquistare il giornale, altre sono infilate nell’ordinato caos dei dischi e dei libri, e saltan fuori quando mi prende la smania del classificare, schedare, procedere con metodo per disperdere il meno che si può quello che sono stato. Qualcuna sta in certe attitudini del comportamento, quel dire poco o mai abbastanza, spesso polemizzando; quell’aderire o starne fuori, sempre al vaglio di un misoneismo a maglie non troppo strette, per la verità. Altre ancora balzan fuori improvvise, insieme ad una foto o ad un cognome suggerito da Facebook (persone che potresti conoscere), il quale, ovviamente, non ci ha messo molto a scoprire con chi e come ti sei guadagnato da vivere negli ultimi trent’anni, mentre il ’68 continuava ad esistere quasi soltanto più come anniversario, e tu, invece, entravi in classe continuando a dire (ma sempre più spesso soltanto pensandolo): A long time ago. Ci fu un tempo.
E infine, va pur detto che, contrariamente a quelli partiti per Reggio Calabria e poi cantati da Giovanna Marini, quel treno sul quale ero salito assieme ad un bel mucchio di gente interessante, alla meta finale non giunse mai, sebbene l’immagine completa del puzzle ce la fossimo configurata in tanti. E’ ormai generalmente dato per certo che venne costretto a fermarsi il 12 dicembre del 1969, in mezzo alla pianura (padana in quel caso) come il vagone di Morton (Gabriele Ferzetti) in C’era una volta il west.
Molti scesero senza mai più ripartire, altrettanti, però, proseguirono con mezzi differenti, ciascuno tenendo fra le mani il proprio puzzle da completare.
Questo.
e se ci voleva una canzone per iniziare, fu questa:

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