Non ricordo inizi travolgenti, ho sempre apprezzato di più i finali.

Però qualche inizio lo ricordo.

Il primo giorno di prima elementare stranamente cominciò nel pomeriggio. Oppure era un giorno d’ottobre talmente buio che il cielo, appena al di là dalle finestre dell’aula, mi parve mimetizzarsi con il colore dei capannoni delle Ferriere. Comunque era ottobre, perché allora usava così, di lì a poco ci sarebbe stato il primo giorno di vacanza, ricorrendo la festività di san Francesco, del quale nulla sapevo e che conobbi così come patrono d’Italia, ben lontano dal sospetto che sarei tornato ad incontrarlo come contestatore religioso dapprima e poi come argomento di storia dell’arte. A proposito della quale ricordo che sulla lavagna la maestra aveva disegnato un’oca con accanto, in un bel corsivo svolazzante, la parola corrispondente. Insegnare a scrivere e a far di conto era al tempo l’obbiettivo didattico principale. Se la maestra avesse scritto sulla lavagna una serie di numeri forse il mio imprintig sarebbe stato diverso: scrisse oca e di lì il mio disinteresse futuro per i numeri, l’amore per la scrittura e la lettura.

Leggevo di tutto. Nell’autunno del 1964 (e questo è un altro inizio) la squadra di calcio del Torino, per la quale avevo un moderato ma costante affetto, presentò alla stampa i due attaccanti che aveva acquistato nell’estate: Luigi Meroni e Luigi Simoni. E fu proprio quella mattina che segnò l’inizio delle scuole medie che il giornale fece quel titolo a più livelli di lettura: Meroni e Simoni i Luigi d’oro. Avendo già alle spalle la lettura dei Tre moschettieri e di molte altre sparse e disordinate pagine di storia universale, apprezzai silenziosamente quella citazione che andava al di là di un’omonimia.

Del primo anno delle superiori non ho ricordi piacevoli, solo musica. Ricordo che eravamo tanti (l’effetto della riforma nota come scuola media unificata) e bisognava farne fuori un po’. Stangarono me e tutte le note musicali che avevo in testa. Morì un perito elettronico ma il mondo non se ne accorse neppure, viaggiava ad una velocità mai conosciuta prima ed io ero impegnato a studiare lui con tutte le mie poche o tante facoltà, non la matematica o la fisica: “Quanti uomini han vissuto, prima ch’io nascessi / e perché hanno vissuto / quante cose ci han lasciato e quante altre no. / E’ venuto il mio momento di partire per la vita …”.

Falsa partenza anche all’Università. Non c’erano più i baroni del ’68, ma conti, marchesi e principini, che a loro volta assumeranno il titolo baronale nel ’77, ne avevano per intanto occupato le cattedre.

Ma non fu quello il problema, era il mio solito fastidio per qualsivoglia inizio.

E a dirla tutta, neanche quella volta scelsi guardando a quel che avrei fatto di lì a un quinquennio: facevo quel che mi piaceva. E ci riuscivo bene.

Di quegli anni universitari ricordo anche un inizio che segnò una fine. Una fine per tante cose che non son dette qua, ma che da quel momento ch’ero ‘partito per la vita’ (come diceva quella vecchia canzone; Mogol-Battisti, fra l’altro), mi avevano accompagnato quotidianamente (e ancora, qualche sopravvissuta fra loro, mi accompagna). Era ottobre: l’Angelo azzurro (un bar, non Marlene) segnò la fine di una stagione.

Cominciai ad insegnare.

https://www.youtube.com/watch?v=yXeYYhfitCg

 

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