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Quand’ero piccolo m’innamoravo di tutto (anch’io), ma non correvo dietro ai cani. Correvo dietro alla musica, forse. E soprattutto, con quel che la sorte mi metteva a disposizione, correvo anche in bicicletta: con una Graziella pieghevole, con una biciclettina prestatami obtorto collo dalla ragazzina del 5 piano, poi con una bicicletta da donna con la quale feci la mia prima caduta su una strada bianca (bianca come il sale). Ragion per cui diventa difficile, per quegli anni là, provare a separare l’amore per il ciclismo da quello per la musica. C’era un programma televisivo che le metteva insieme entrambe, si chiamava Cantagiro (qui un pezzo di quella storia); un programma al quale per qualche tempo fecero seguito Girofestival e Girosprint, prima di tornare alla primitiva versione. Nel 1968 la vittoria andò a Caterina Caselli che, abbandonato il ‘casco d’oro’, ora rincorreva i suoi ricordi.  Ma da quell’anno già cominciavo a fare qualche distinzione fra le musiche e a guardare oltre il ciclismo.
Il binomio musica e ciclismo è però storia antica, ed allora, senza pretese di completezza (perché la materia di studio sarebbe infinita/ e soprattutto perché so di non sapere niente), ne ripercorriamo qui un breve tratto che avrà poco a che fare con l’agonismo e qualcosa di più con le mie passioni, le associazioni più o meno corrette e la memoria di un tempo andato che piano piano si assottiglia come un palmer che si consuma sul selciato.

Passa il Giro (1935). Il tenore Daniele Serra aveva un feeling con il Giro d’Italia. Nel 1933 aveva già inciso Campioni in erba, 2° premio per le canzoni del Giro di quell’anno, assieme al lato B intitolato: Chi sarà la maglia rosa. Insieme a Passa il Giro, un motivetto con più d’un richiamo a melodie assai conosciute nel periodo del “consenso” al fascismo, Serra registrò anche Corri, corri, canzone nella quale il richiamo al periodo storico è ancora più esplicito: “Su corri senza posa se vuoi la Maglia rosa, sventola al traguardo la bandiera tricolor, sotto il ciel d’Italia sia d’Italia il vincitor e i tuo Duce il premio ti darà, corri corri corri vola e va”. Dopo aver osservato che, in quell’occasione, ben difficilmente il Giro poteva sfuggire ad una vittoria italiana, essendovi infine un solo corridore straniero fra i primi dieci classificati, aggiungeremo, al solo titolo di curiosità, che il compositore della musica di Corri corri è Vittorio Giuliani, autore assai noto anche nell’immediato dopoguerra e nonno di Carlo Giuliani.
La maglia rosa (1948). Che ad un mese dalle elezioni del 18 aprile, l’Italia fosse riconciliata con se stessa, come invece asserisce il filmato, è assai poco credibile, anche considerando l’attentato subito nel luglio successivo da Palmiro Togliatti (Episodio per il quale rimandiamo al canto delle mondine poi ripreso da De Gregori e Giovanna Marini, ma soprattutto a Ivan della Mea: Te se ricordet, Gioan, de me fradel, che appunto ci riporta ancora al ciclismo con il ricordo della vittoria di Bartali al Tour de France che, si racconta, fermò l’insurrezione popolare).
Bellezze in bicicletta (1951). Dopo Totò al Giro d’Italia, il matrimonio fra cinema e ciclismo venne ripetuto qualche anno dopo in un film con Silvana Pampanini e Delia Scala. Per quanto l’utilizzazione di quel mezzo di locomozione a pedali fosse in quel dopoguerra assai diffusa, almeno quanto lo era già dai tempi in cui Odoardo Spadaro intonava In bicicletta, il film non ha nulla a che vedere con il neorealismo, né con i Ladri di De Sica, e se non fosse per la canzone di D’Anzi e Marchesi forse non ne avremmo più memoria. L’anno successivo D’Anzi ci riproverà con una canzone intitolata Baci e bici, ma non avendola trovata in rete immagino non si tratti di qualcosa di imperdibile.
Come pioveva (1959). Nel 1959 Bartali aveva ormai appeso la bicicletta al chiodo da qualche anno, così il lussemburghese Gaul ne approfittò per vincere in salita il suo secondo Giro d’Italia; dal canto suo Coppi aveva ormai raccolto i suoi maggiori successi, ma con Bartali stavano per ritrovarsi, il primo come direttore sportivo e l’altro come corridore, nella stessa squadra. La sorte, in quel 2 gennaio del 1960, deciderà poi diversamente, ma per intanto parteciparono insieme ad una puntata del Musichiere, dove cantarono una sorta di parodia di Come pioveva che qualche autore aveva scritto per loro, giocando sull’antica rivalità.
Hanno ammazzato il Mario (1959). La Vanoni aveva 25 anni, non aveva ancora incontrato Paoli, Cercami e Senza fine. Lavorava al Piccolo di Milano e, con la complicità di Strehler le costruirono addosso un po’ di canzoni ‘della mala’, più o meno sul modello de La povera Rosetta. Fu un successo. Mario è un rapinatore che ama il ciclismo, la sua storia si colloca un po’ a metà fra i personaggi del Dio di Roserio e il Pollastri de Il bandito e il campione (con qualche vaga eco resistenziale: c’è in ballo ancora una bomba Breda). Mario è’ imprendibile (come Pollastri, appunto), ma: “Cherchez la femme” pensano gli sbirri, e alla fine lo ammazzano.
Ciao mama (1961). E’ l’anno del centenario dell’unità d’Italia, il Giro, che tocca un po’ di località ‘risorgimentali’, lo vincerà il romagnolo Arnaldo Panbianco davanti al campione francese Anquetil. Un paio d’anni prima il Quartetto Cetra aveva già inciso una canzone d’argomento sportivo mettendo in musica la biografia di un celebre calciatore degli anni ’30: Felice Levratto. Un divertissement che ripeteranno con la canzone: Vavà, Didì, Pelè (tre giocolier di cioccolata) per celebrare i tre assi della squadra brasiliana vincitrice del campionato del mondo nel 1958). Nel ciclismo, invece, non cercarono un campione, ma sottolinearono uno stereotipo con il quale ormai si identificavano i ciclisti (la maggior parte), raggiunti dal microfono dei cronisti appena dopo l’inenarrabile fatica di sei-sette ore di corsa: il saluto a casa. Uno stereotipo sul quale giocheranno in molti, da Bramieri, a Tognazzi e Vianello e, con molta maggior comprensione e umanità, anche un poco Sergio Zavoli nel suo Processo alla tappa, una trasmissione di commenti e interviste ai protagonisti che andava in onda durante il Giro d’Italia. E poi questo brano ci richiama alla memoria quella favolosa filastrocca di Rodari sul gregario “corridore proletario”.
Biciclette bianche (1967). Anarchici, ecologisti, non violenti, anticonsumisti … questo erano i “Provos”. Un movimento nato in Olanda che anticipava non tanto la politicizzazione del Maggio successivo, ma piuttosto alcune tematiche ancor oggi presenti nei movimenti giovanili europei. Scelsero come simbolo le biciclette dipinte di bianco, anche perché auspicavano un traffico urbano esente da auto. Tra i seguaci italiani del movimento Provos si ricorda Andrea Valcarenghi, fondatore di Re Nudo e poi … vabbé.
Biciclette bianche venne scritta da Guccini per Caterina Caselli che la cantò e ne scrisse la melodia. Collaborazione che si ripeterà anche in Incubo n° 4 e in Cima Vallona.
Signore io sono Irish (1968). Una bicicletta per il “paradiso”; era il primo album dei New Trolls e fu un successo. In quel momento non erano neppure molti quelli che conoscevano De André che aveva appena pubblicato Tutti morimmo a stento, ma certo ancor più ridotto era il numero di quelli che avevano sentito parlare di Riccardo Mannerini (presente nell’album di De Andrè con Il cantico dei drogati). Sui rapporti fra questi artisti genovesi credo sia ormai stato detto tutto, mi piace però ricordare questa quasi misconosciuta canzone scritta da Mannerini su Pino Pinelli, scritta nel ‘71.
Le biciclette di Belsize (1968). La Belsize Works era una ditta inglese specializzata nella produzione di biciclette. Dei ciclisti britannici, a parte i più recenti, ricordo bene Tommy Simpson, aveva vinto una Sanremo, un Lombardia e un campionato del mondo. Morì, offuscando per un giorno la fama di Petrarca, salendo sul mont Ventoux durante un Tour de France, imbottito di alcol e di altre cose, cadde sulla pietraia, lo rialzarono, lo rimisero in sella, barcollò e ricadde senza più rialzarsi. Era il luglio del ’67. Erano anni in cui l’antidoping latitava. L’anno dopo Eddy Merckx vincerà il primo dei suoi 5 Giri d’Italia.
Girano (1977). Fu un anno difficile, per molti aspetti segnò la fine degli anni ‘70. Per la verità in città giravano pochissime biciclette, anche i terroristi attendevano chiusi nell’auto l’arrivo delle loro vittime, poi scendevano, sparavano e sparivano nell’alba. La canzone di Farassino arriva un po’ in ritardo, poiché quell’invito a risparmiare, citato nella canzone e che sui giornali si definiva austerity, era scattato dopo la crisi petrolifera del ’73; quel che ancora sembrava rimanere costante era la rabbia operaia, almeno sino al fatale autunno del 1980 quando, come una vecchia bicicletta con il pedale che strisciava contro il carter, venne liquidata (la classe, non la rabbia).
Bartali (1979). Dopo aver vinto nel ’48 il suo secondo Tour de France, a distanza di 10 anni dal primo, Bartali corse ancora la ‘Grande Boucle’ francese nel ’49 quando arrivò secondo dietro a Coppi, nel ’51 e nel ’52 piazzandosi 4° (nel ’50 s’era ritirato) e giunse 11° nel 1953. E’ quindi assai probabile che Paolo Conte, nato nel ’37, abbia fatto in tempo a veder correre il corridore toscano, anche se la canzone, a dire il vero, sembra contenere qualche traccia di misoginia più che un vero interesse per Bartali stesso. Bella comunque la descrizione dell’attesa del passaggio dei corridori, “scalpitando sui miei sandali” supera qualsiasi prosa di Roland Barthes sul Tour.
Non si tratta dell’unico omaggio di Conte al ciclismo, nel 1982 l’artista astigiano dedica infatti al conterraneo Giovanni Gerbi detto “Diavolo rosso” la canzone omonima, ma anche in questo caso l’atleta e il suo sport non sono che una piccola tessera in un puzzle di immagini evocatrici che scorrono ad altissima velocità. La stessa rapidità che torna anche in “Velocità silenziosa”, altra canzone del 2008 dalla quale, mentre si inneggia al piacere d’un viaggio sul cavallo d’acciaio, sembra scomparire anche quel tratto di misoginia al quale si accennava a proposito di Bartali: “una bici è una dama / falla vincere, falla ridere”.
Bicicletta (1983). Su questo innocente inno alla mobilità su due ruote non c’è molto da dire, se sta in elenco è perché c’è il contributo di H. Pagani, autore che mi piace assai, il quale, tuttavia, in questa fuga dalla metropoli francese m’era piaciuto di più
Coppi (1988). Nol 1988, anno che ritornerà in una canzone successiva, il Giro lo vince Andrew Hampsten, primo statunitense nell’albo d’oro. A quasi dieci anni di distanza del brano dedicato a Bartali (ancora vivente quando la canzone fu composta), arriva, a quasi 30 anni dalla scomparsa, anche il brano dedicato a Coppi. Paoli trascura i dettagli esterni alle corse, presenti nella canzone di Conte, concentrandosi quasi soltanto sulle imprese del campione piemontese che infaticabile e solo “va su, va su e poi giù” per sfuggire alla “signora senza ruote” che non aspetta. Si potrebbe forse dire che i due campioni del pedale pareggeranno i loro conti ‘musicali’ nel 1994 con una canzone del leccese Rudy Marra intitolata Gino e Fausto, un testo nel quale si accenna brevemente all’ombra del fascismo e alla ricostruzione.
Freccia Vallona (1989). La ‘Freccia’ è una delle ‘classiche’ corse primaverili che si disputano in Belgio, si conclude su una salita assai ripida lunga circa un Km che per questo viene definita ‘muro di Huy’; i corridori italiani non la vincono dal 2009. Come è giusto che sia in un testo dei piemontesi Yo Yo Mundi (autori fra l’altro di album interessanti intitolati: Sciopero, Resistenza, La banda Tom) in questa canzone il vincitore della ‘Freccia’ è un comprimario del quale non viene specificata la nazionalità. In un successivo CD (1994) intitolato “La diserzione degli animali del circo”, Freccia Vallona verrà accompagnata da un altro brano soltanto strumentale di argomento ciclistico: Bicicleta Basca (sic); il riferimento è ad una gara a tappe che si svolge solitamente in primavera e ovviamente nei Paesi Baschi. (Di quella corsa ne parlò anche Hemingway in Fiesta, raccontando un suo incontro in albergo con i corridori, Ottavio Bottecchia fra gli altri). Per la verità ce ne sarebbe anche un’altra di canzone in quel CD, un brano intitolato Giri d’Italia, un testo, però, dal quale si comprende subito non essere il ciclismo l’argomento principale: “Giri d’Italia, gira l’Italia comunque la giri non cambia / vi ricordate di quei rivoluzionari che volevano cambiarla? / Ma non ci sono riusciti, sono prima inciampati ed infine caduti / poi si sono adeguati, si sono pentiti, sistemati. (…) Giri d’Italia, ammira l’Italia, comunque la giri non cambia / occhio al vento di reazione e di razzismo che calpesta i nostri cuori”.
Pedala pedala (Una ragazza al Giro d’Italia) (1993). Se uno pensa alle Villanelle degli esordi e al suo amore per il folk, è abbastanza strano trovare Teresa De Sio in questo elenco. Visto il titolo, però, questa canzone non la si poteva escludere, anche se apparirà evidente che, nonostante la terminologia adottata, il ciclismo è qui soltanto metafora della condizione femminile: “arriveremo al traguardo in volata” auspicava la canzone.
Il bandito e il campione (1993). A differenza di quelli che potrebbero essere considerati fra i suoi predecessori (i componenti della Banda Bonnot) per via di una comune fede anarchica, pare che Sante Pollastri (una certa somiglianza fisica con Amedeo Modigliani) prediligesse la bicicletta all’automobile. Ma forse è leggenda, suffragata anche dal fatto accertato d’essere conterraneo del campione ciclista Costante Girardengo e forse amico del suo allenatore Biagio Cavanna (che fu successivamente il massaggiatore di Coppi). Sante verrà catturato a Parigi nel ’27, nei pressi del Vélodrome d’Hiver dove Girardengo era impegnato in una ‘Sei giorni’ (e dove nel ’42 i nazisti imprigioneranno decine di migliaia di ebrei francesi prima di deportarli ad Auschwitz: la Rafle du Vel’ d’Hiv). Dopo più di 30 anni di carcere Pollastri verrà graziato nel 1959 dal presidente Gronchi e tornerà a Novi Ligure dov’era nato e dove morirà 20 anni dopo, ovviamente senza aver mai potuto ascoltare la canzone di De Gregori, scritta però dal fratello del cantautore Luigi Grechi. Un bel ritratto di Sante Pollastri sta in Pino Cacucci, Nessuno può portarti un fiore, Feltrinelli ed.
Gimondi e il cannibale (2000). All’inizio del terzo millennio il ciclismo è profondamente diverso da quello del secolo precedente. Non ci sono più le strade bianche (anche se verranno ‘riscoperte’ qualche anno dopo per tentare di far rivivere ‘epiche’ imprese), sono cambiate le biciclette e i materiali, non ci sono più i gregari, oppure non hanno più quell’aspetto da indomabili e taciturni faticatori diversamente celebrata da Tognazzi o da Rodari e, soprattutto, il ciclismo è sempre meno sport individuale e così vengono meno anche i grandi duelli del passato. Sarà per questo che, a tempo ormai scaduto, Ruggeri mette in musica l’ultima delle grandi sfide individuali vissute dagli appassionati italiani: quella fra Gimondi e Merckx detto ‘il Cannibale’. La canzone sarà la sigla del Giro del 2000, un’edizione un po’ autarchica, con il russo Pavel Tonkov (futuro antagonista di Pantani) che si classifica solo 5° e primo degli stranieri.
La canzone del ciclista (2004). In precedenza i Tétes de Bois mi erano noti soprattutto per le loro versioni in italiano di alcune canzoni di Leo Ferré, ma nel 2004 uscì un loro doppio interessante CD intitolato Pace e male (con la partecipazione ‘ciclistica’ anche del giornalista Gianni Mura e dell’ex corridore Davide Cassani) che contiene questo brano dedicato a Fabio Casartelli; un corridore italiano già olimpionico a Barcellona nel ’92, che cadde in una discesa pirenaica durante il Tour de France del ’95 (uno dei troppi vinti da Lance Armstrong) trovando la morte contro un paracarro. “alla forza di partire, alla fortuna di arrivare” scrivono i Tétes de Bois. Ma l’interesse del gruppo per il ciclismo non è saltuario. Nel 2010, infatti, incidono Goodbike, un CD nel quale, oltre alla canzone già citata, troviamo: Alfonsina e la bici (dedicata ad Alfonsina Strada, la pioniera delle donne cicliste italiane); la versione italiana della canzone francese di Y. Montand La bicyclette (incisa nel ’68 pure se, anche nell’originale, sembra la descrizione di una scampagnata fatta nell’epoca di Jean Renoir; cfr. Une partie de campagne). Seguono Coppi (la canzone di Paoli); Le bal des cols (su testo di G. Mura che elenca in francese una lunga serie di vette alpine o pirenaiche raggiunte dai corridori), e ancora altre canzoni, non meno interessanti, che contengono altri piccoli e grandi riferimenti allo sport della bicicletta. Al CD, che raccoglie un lunghissimo elenco di collaborazioni, partecipa anche il vignettista Sergio Staino con alcuni disegni. In uno di questi si vedono due ciclisti pedalare affiancati e uno chiede all’altro: – Ma non ti fa male al didietro, tanta bicicletta? – Sono sempre stato di sinistra: ci ho fatto il callo…, risponde l’altro.
Inno anarcociclista (2004). Come ricorda Ivan Illich (Elogio della bicicletta) la bicicletta e il veicolo a motore sono stati inventati nel corso di una stessa generazione, ma sicuramente con esiti e finalità differenti, se non opposte. Basterebbe questa considerazione per amare il ciclismo. Nel CD Resistenza e amore Alessio Lega inserisce questa Ode al moto perpetuo (conosciuta anche come Inno anarcociclista), in uno stile vagamente futurista ma distante dall’ideale di velocità perseguito dal movimento, dedicandola a Horst Fantazzini; e così, dopo il Mario cantato dalla Vanoni e il Pollastri di De Gregori, in questa raccolta di canzoni sul ciclismo siamo arrivati al terzo rapinatore dotato di bicicletta ed anche (computando Pinelli e Mannerini) al quarto anarchico. A questo punto, con un salto logico di rara acrobazia, pur restando sempre lungo il margine dell’illegalità, mi verrebbe facile citare quei versi di una canzone di Jannacci: “a s’erum una banda de sês fieu; / volevum trà per aria tutt’el mund” solo perché pare fosse una delle canzoni amate da Piero Morlacchi, stando alla biografia raccontata dal figlio Manolo; ma non c’entra nulla con le biciclette, come ben sappiamo, e allora lasciamo andare.
Sulla strada (2008). C’erano i garzoni di bottega, in particolare i panettieri, i postini, gli affilatori di forbici e coltelli, i venditori a domicilio come il protagonista di questa canzone; c’era un sacco di gente, insomma, che usava la bicicletta per lavoro e solo un’infima parte di costoro divenne corridore ciclista. Nell’infanzia di Merckx e Gimondi pare ci fosse anche questa comune origine, ma dopo di loro più nessuno, credo. Bartali usò la sua bicicletta per nascondere ai fascisti i messaggi che portava in aiuto ad ebrei e antifascisti, mentre ignote rimasero le cause che portarono alla morte di Ottavio Bottecchia (ch’era stato muratore e poi bersagliere ciclista durante la 1 guerra mondiale), vincitore di due Tour de France (’24 e ’25), riuscendo là dove non riuscirono né Binda né Girardengo. Alcuni parlarono di assassinio e altri di malore, fatto sta che in quel luglio del ’27 Bottecchia rimase là: sulla strada.
Tulipani (2012). Al Giro d’Italia del 1988 vinto da Hampsten avevo già accennato. Il 5 giugno la 14 tappa prevedeva la scalata al passo Gavia, un’ascesa di oltre 2600 metri di dislivello, la strada era pulita ma muri di neve costeggiavano il bordo della strada; quando i primi corridori giunsero in vista degli ultimi Km prima del valico riprese a nevicare e continuò per tutta la successiva discesa sino a Bormio dov’era fissato l’arrivo. Certo allora non si aveva l’ossessione odierna delle previsioni meteo, ma forse chiedendo a qualcuno del luogo i corridori non sarebbero stati costretti ad arrivare in vetta con le magliette leggere e ad affrontare la successiva discesa rivestiti alla bell’e meglio da massaggiatori e spettatori impietositi. Il primo ad arrivare in vetta sotto la neve fu Johan Van de Velde, un olandese, poi si fermò e “dopo un paio di bestemmie protestanti” ripartì dopo tre quarti d’ora. Altro olandese fu anche il vincitore, poi secondo nella classifica finale, ciò spiega il titolo della canzone.

Le canzone su di lui sono tantissime. Eppure non fu mai il mio campione preferito, ma è giusto dedicargli questa Bonus Track: https://www.youtube.com/watch?v=ej11xQXb__U

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