– Posso darti al massimo un’ora – dice – perché sono indietro col programma.

A maggio si è un po’ tutti indietro col programma, non è una novità. E non è una questione relativa alla durata dell’anno scolastico: stando ai risultati che si riscontrano nei discorsi e nelle azioni della maggioranza della classe dirigente del Paese, nelle molteplici e fallimentari esperienze dei test di ammissione all’Università, nei livelli di memoria e conoscenza della propria storia esibiti senza pudore dalla maggioranza della popolazione attiva, questo Paese è indietro nei suoi “programmi di Storia” di oltre un trentennio. Rimozioni forzate, insabbiamenti, misteri non risolti, complicità allargate nello stendere veli, e soprattutto il motto di sempre: “Basta ca ce sta ‘o sole,ca c’è rimasto ‘o mare”. Scurdámmoce ‘o ppassato. Abbiamo cominciato presto: era il 1944.

Una sigaretta sugli scalini d’ingresso della scuola. L’ex collega mi dice che, in quarta, parlando di Mazzini e poi di Marx (la I Internazionale, presumo), e poi di lotta di classe, è poi scivolata giù fino al ’68 nel più totale spaesamento degli studenti che, quella data fatidica, non avevano mai incrociato nelle loro pur diuturne e compulsive consultazioni della Rete.
– Ho pensato se volevi venire a fare una lezione tu – mi dice.

Quarantotto anni dal ’68 ad oggi; più o meno la stessa distanza che nel medesimo anno mi separava dalla fine della 1 guerra mondiale, della quale certamente conoscevo poco, ma abbastanza per non rimanere sbalordito a bocca aperta quando qualcuno me ne accennava. Costoro, invece, che frequentavano la scuola materna durante il G8 a Genova, e la scuola media mentre crollavano le Twin Towers, non sanno nulla, non solo del ’68 ma anche dell’intero ‘secolo breve’ che è per loro brevissimo: due guerre mondiali, nazisti e lager, i Beatles (forse), l’Italia campione del mondo di calcio e Berlusconi. Più o meno è così, credo; poi, certo, dipende anche molto da dove vivi, con chi parli, quanti minuti di lettura riesci a strappare all’uso ossessivo del cellulare. Forse bisognerebbe obbligare Checco Zalone a fare un film sugli anni ’70, oppure che una qualche procace subrettina citasse a proposito Jane Fonda e la guerra in Vietnam, forse un ‘talent’ serale per tirar fuori dal mazzo un esperto del XX secolo … Bah!

– Ho pensato se volevi venire a fare una lezione tu – mi ha detto.
Ero (senza modestia) bravissimo anche a spiegare la “crisi del ‘300”, per dire, oppure la pittura italiana del Rinascimento (la pittura veneta, diciamo meglio), eppure, a tre anni dalla pensione, per gli ex (allievi o colleghi) son rimasto principalmente sessantottino e comunista, con in più quella strana mania per le canzoni politico-sociali che, cantate in origine da qualche centinaia di persone al massimo, oggi non ricorda quasi più nessuno.
E poi sì, qualche altra stranezza me la attribuiranno di sicuro; ma in generale un buon ricordo. Un insegnante amato.
E triste. Perché esiste anche il tempo del raccolto, come ricorda l’Ecclesiaste, qui invece pare che i frutti siano rari, stentati, fragole acerbe, ciliegie acidule; servirebbe la fede nei miracoli esibita da Fra Galdino. Oppure ancora la fiducia che, qualche volta, Over the Rainbow
Ma quel film lo vidi a 7 – 8 anni, quand’ero in colonia a Marina di Massa, in una sera che ricordo buia e temporalesca; non so perché ma mi spaventò, non l’ho mai più rivisto. Anche se la canzone, invece, resta come colonna sonora di uno dei migliori libri che io abbia mai letto.

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