Tag

Cominciamo con una domanda che lascerò senza risposta. Quanti fans in meno avrebbe Guccini se nel 4° dei suoi Lp non avesse inserito La locomotiva? Credo abbia detto lui stesso che i primi tre dischi non è che avessero avuto chissà quale successo, ma allora il mercato discografico era cosa diversa da oggi e c’era ancora il piacere di scommettere sulla qualità. Per quel che mi riguarda, quando uscì Radici avevo meno di 20 anni e possedevo già L’isola non trovata e anche Folk Beat n°1. Quanto agli eroi giovani e belli, la frase avrà sicuramente destato l’attenzione di quelli che avevano fatto il classico e dei non moltissimi conoscitori di tutto Leopardi, un numero però, complessivamente inferiore ai tanti che si entusiasmarono senza mediazioni per la reminiscenza anarchica convogliata su quella macchina a vapore “lanciata a bomba contro l’ingiustizia”. Ma ora veniamo al punto.
Nel post precedente ho messo una canzone che conosco da tanti anni e che è stata messa lì, forse un po’ a sproposito, considerato il contenuto del post, ma poi neppure tanto se si considera che è una canzone in piemontese (meglio dire torinese, forse) e che il 25 aprile era passato da pochi giorni. Qualche giorno prima avevo postato Ma mi, cantata insieme da Milva e Strehler, e chiunque potrà osservare come le due canzoni abbiano qualcosa in comune, al punto che si può forse dire che la piemontese ha un piccolo debito nei confronti della lombarda, essendo stata incisa, quest’ultima, dalla Vanoni nel 1959, mentre Balocco incide la sua soltanto nel ‘65. In quel suo primo disco Roberto Balocco aveva inserito anche un altro brano in dialetto, intitolato Bruta vigliaca sul quale tornerò in conclusione.
Fra le tante canzoni che vengono puntualmente rimesse in circolo intorno al 25 aprile (cantate dal vivo o postate sui social) c’è quasi sempre la canzone degli Stormy six Dante di Nanni. Canzone che, a dispetto del titolo, non rievoca la vicenda biografica dell’eroe partigiano che per sommi capi, puntando invece su quel nome ai fini di una ‘ripresa’ o riattualizzazione degli ideali della Resistenza a distanza di trent’anni dalla Liberazione: “L’ho visto una mattina sulla metropolitana /E sanguinava forte, e sorrideva”.
L’eroica e tragica vicenda di Dante Di Nanni aveva, sino a quel momento (il disco degli Stormy six è del ’75), una sua versione ufficiale nel libro scritto da Giovanni Pesce: Senza tregua, pubblicato da Feltrinelli nel 1967. Secondo la ricostruzione di Pesce, la morte di Di Nanni avviene, dopo ore di combattimento fra lui e i fascisti che a centinaia circondano la casa ove si è rifugiato ferito in seguito ad un’azione sfortunata, nel seguente modo: (esaurite le munizioni Di Nanni si affaccia al balcone) “si appoggia in avanti, premendo il ventre alla ringhiera e saluta col pugno alzato. Poi si getta di schianto con le braccia aperte, nella strada stretta, piena di silenzio”.
Diciannovenne, operaio comunista e combattente dei GAP, Di Nanni aveva tutte le qualità necessarie per entrare nella mitologia e per rimanerci, oscurando persino la fama dell’anonimo macchinista gucciniano che “un giorno come gli altri, ma forse con più rabbia in corpo” era salito “sul mostro che ruggiva”, cercando di “mandar via la sua paura”. E così fu. Per molti anni, almeno sino alla morte di molti dei protagonisti e/o testimoni di quel lontano fatto cruento in Borgo san Paolo a Torino. Nel 2012, in un articolo pubblicato sulla rivista dell’istituto Gramsci, Studi storici, lo studioso Nicola Adduci fornirà una nuova e diversa versione della morte di Di Nanni. Fra qualche polemica, naturalmente.
Nel 1980 uscì nelle sale questo film di Valentino Orsini.
Era Uomini e no tratto dal libro che Elio Vittorini aveva pubblicato nel 1945, uno dei primissimi (se non il primo) libro sulla Resistenza. Dopo un’ora e 34 minuti di proiezione il film propone una scena che nel libro era soltanto adombrata in quella pagina che si conclude con le parole: “Non altro rimane, nella stanza, che un ordigno di morte: con due pistole in mano”, ed anche in quelle del colloquio che il protagonista, Enne 2, ha avuto poco prima con l’operaio. La sequenza richiama, per molti aspetti, la versione allora ancora ufficiale della morte di Di Nanni (e potrebbe anche ricordare, per un certo verso, il finale di Pierrot le fou, ma forse sono soltanto i candelotti di dinamite a farmelo pensare).
Non era il primo film di Orsini sulla Resistenza. Dieci anni prima aveva girato Corbari (protagonista Giuliano Gemma) ed io ricordavo, per uno strano gioco della memoria, che anche la fine di Corbari (Silvio Corbari, partigiano romagnolo ucciso a 21 anni dai nazifascisti nel 1944) assomigliava a quella di Di Nanni. Mi sbagliavo. Un suicidio in presenza del nemico c’è, sia nel film che nella realtà storica, ma è quello della compagna di Corbari: Iris Versari. Ho controllato il finale del film (la cui sceneggiatura è opera di Orsini e di Renato Nicolai, già autore della storia dei fratelli Cervi) ed ho poi tolto dalla libreria anche un libro sulla storia di Corbari. E’ un bel libro, s’intitola: Corbari, Iris, Casadei e gli altri, lo ha scritto un giornalista e scrittore torinese che si chiama Massimo Novelli; e qui ci avviamo a chiudere il cerchio.
Massimo Novelli è figlio di Piero Novelli, a sua volta scrittore, giornalista e autore di testi di canzoni (per Roberto Balocco, Mario Piovano e –forse- per altri). Il testo de El canarin, la canzone del post precedente, l’ha scritto lui e suo è anche il testo di quella Bruta vigliaca che ho citato qualche riga fa.
Non c’è alcun motivo per citare Bruta vigliaca come un brano che si rifà, sia pure in forma romanzata, alla vicenda di Dante Di Nanni, anche se qualche piccolo elemento lo potrebbe far pensare. Anzitutto non c’è una donna che tradisce nella storia di Di Nanni, ci sono però, nel corso della sfortunata azione di sabotaggio che precede la morte, altri due gappisti feriti e catturati. Il fatto che Di Nanni venga poi accerchiato nel suo rifugio dai fascisti il giorno dopo la cattura dei due compagni, che Giovanni Pesce sia costretto subito dopo a lasciare Torino per Milano, in quanto identificato, lascia credere che le torture cui sicuramente i due gappisti sono stati sottoposti aprano la strada per la cattura anche di Di Nanni. Non che la delazione fosse da escludere a priori (nella cattura della banda Corbari, infatti, tutto partirà da una spiata); ma in questo caso non ci sarebbe prova: i due gappisti catturati e torturati verranno infatti impiccati circa due mesi dopo. Avevano 19 e 22 anni ciascuno.
Oppure la prova c’è? Un documento interno alle Brigate Garibaldi (citato da Adduci in Studi storici) datato 31 maggio ’44 (il tentativo di sabotaggio venne effettuato la notte fra il 16 e il 17 maggio) dispone che il più giovane dei due gappisti feriti e catturati, considerato delatore, non venga citato fra gli autori della missione. In Senza tregua Giovanni Pesce l’aveva dato per morto durante l’azione.
Per la verità una donna nella storia c’era, ma non fu mai catturata, se delazione ci fu non venne certo da lei. Era la staffetta. Quando anche Pesce e gli altri componenti del GAP vennero individuati il Partito le disse di lasciare Torino, lei non poteva né voleva (come raccontò poi a Bianca Guidetti Serra in Compagne), cambiò abbigliamento e pettinatura così radicalmente che quando incrociò il suo ‘contatto’ con il Partito clandestino questi non la riconobbe; e così rimase a Torino.
Quand’ero ragazzino costei gestiva il bar sotto casa mia.
(Bruta vigliaca inizia a 3.00)

(può essere che questa storia, quasi tutta, io l’avessi già scritta qui, ma avendo perso grandissima parte di quel che avevo messo sul blog in questi 12 anni (?) ho pensato di riscriverla).

Annunci