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Era piuttosto incomprensibile che gli fosse tornato in mente questo ricordo musicale, e proprio in quel momento lì sulla panchina mentre sfogliava il giornale. Fatti pochi passi in direzione del bar per un secondo caffè, gli tornò in mente anche il titolo della canzone. Non aveva particolari predilezioni per il Quartetto Cetra, anche se da molti anni conosceva ormai, ed apprezzava – questa davvero – , la duplice “anima” del più importante (forse) dei suoi quattro componenti. E neppure la pizza, più volte citata nel testo e fin dal titolo della canzone, era uno dei suoi piatti preferiti, una quattro stagioni era la sua scelta abituale, per nulla attratto da quei chilometrici menù che allineavano fantasie di tutti i tipi per una sostanza ch’era pur sempre un impasto d’acqua e farina; gli piaceva sottile e croccante.

Anche dopo il caffè l’interrogativo rimase. Tornò a sfogliare il giornale nell’intento di ritrovarvi un indizio, ma non vi trovò alcun richiamo né alla pizza, né a Londra, né a qualsiasi altro elemento che potesse ricondurre alla canzone.

“Caro George, come va la vecchia Londra con lo smog?”.

Rientrato in casa, scoprì su You Tube che non c’era nessun George nella canzone, erano piuttosto un anonimo Bob, accompagnato dall’americano Joe, dal francese Pierre e da un inconsueto Dolf ad essere invitati dal quartetto nel paese del sole della pizza e dell’amore. Il “bel Paese”, definizione sulla quale giocò per molti anni della sua infanzia anche un produttore di formaggi. Lo producevano ancora?

Non perse tempo a chiederselo, ancora concentrato su quel misterioso suggerimento della memoria, reso ora ancor più enigmatico dal fatto d’aver sostituito Bob con George.

C’erano stati, è vero, in un lontano passato i londinesi George e Mildred, certo. Una coppia imperfettamente assortita le cui umoristiche disavventure andavano in onda prima del telegiornale su Rai 2. Uno humor sottile, analcolico, come un gingerino prima di cena. Nulla a che vedere col Benny Hill che arrivò su Italia 1 ai tempi (infausti) del Drive-In. George e Mildred avevano un antipaticissimo vicino di casa, con moglie e figlio, che però vennero abbandonati dopo un po’; così che, nella serie successiva, George e MIldred si ritrovarono ad essere vicini di casa e proprietari di un appartamento affittato a due ragazze che convivevano con un maschio. Convivenza che Mildred approvava senza lesinare entusiasmo, mentre George l’accettò soltanto quando venne convinto della (presunta) omosessualità del ragazzo. Trama leggera, come ciascuno può avvertire, ma la serie, ben interpretata, andò avanti per un po’.

E comunque George non era quello. Forse l’allievo rumeno. L’ex allievo rumeno di cui s’era parlato qualche sera prima a cena. Bello d’aspetto e di modi, d’intelligenza superiore alla media, era stato suo allievo per 5 anni George; ora era a Londra, ogni tanto un saluto su Facebook; troppo poco per accostarlo ai Cetra.

A Londra abitava da qualche anno anche Enrico Franceschini, faceva il corrispondente per quello stesso giornale che aveva appena terminato di sfogliare. Per la verità non è che lui ne seguisse con puntualità i servizi, ma ricordava, questo sì, un bel libro uscito anni addietro per i tipi di Feltrinelli, nel quale il giornalista e scrittore riportava i risultati di una sua ricerca dei vecchi compagni dell’università bolognese dove s’era laureato. Un genere di libro di cui l’uomo andava puntualmente in caccia non appena ne usmava la presenza nell’inesausta produzione di scritti sugli anni Settanta. L’ultimo libro di Franceschini s’intitolava Londra Italia, l’aveva comperato proprio qualche giorno prima per farne un regalo, ma è possibile che la destinataria avesse qualcosa a che fare con quell’inizio di strofa musicale? Difficile a credersi, pure se la destinataria, nel suo attuale soggiorno irlandese e futuro prossimo londinese, era certamente ritornata più volte nei suoi pensieri dell’ultima settimana. Difficile a credersi, ma forse a Vienna, in quel palazzo di Berggasse 19 dove si era recato un po’ d’anni prima, avrebbero avuto una risposta, se non ci fosse andato fuori tempo massimo come avrebbe detto un cronista di ciclismo. A proposito di quell’indirizzo e di colui che lo abitò sino all’esilio (guarda caso londinese), ripensò al libro che aveva terminato qualche giorno prima. Un libro: Addio a Roma che raccontava amori e cultura nella Roma del dopoguerra e della Dolce vita sino ai primi anni Settanta, pieno di storie e d’intrecci amorosi e non solo, dai quali emergevano le figure di Palma Bucarelli, di Moravia, di Pasolini e di tantissimi altri, compresa la figura di un analista, un certo Ernst Bernhard, sempre lo stesso, per tutti: artisti, scrittori, intellettuali. Un bel libro che, almeno per questo aspetto, gli aveva riportato alla mente Remo Remotti in Sogni d’oro, ma più ancora Maledetto il giorno che t’ho incontrato di quel regista tornato recentemente alle cronache per via dei Panama Papers.

Tutto ciò non spiegava né George, né Londra, né il motivetto musicale.

Ma come lavora l’inconscio?

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