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Era l’anno della morte di Moro. Credo si possa dir così senza bisogno di precisare la data, no? Anno di ascolti disordinati, per me; davvero un po’ di tutto compreso il folk revival. Per quanto la si potesse e dovesse retrodatare, e il volume di Costantino Nigra, all’epoca, era ancora fonte ineludibile, la canzone aveva una sua attualità che il movimento femminista dell’epoca aveva certamente colto. Anche di qui, forse, una certa disponibilità all’ascolto, in alcuni settori di quel movimento, e poi per danze, abbigliamento, acconciature ecc.

Persino chi s’era allontanato a fumare in corridoio durante la lettura e il commento in classe del Canto V dell’Inferno (tornando poi a rileggersi da sé quei versi, magari incuriosito da un Venditti meno antipatico della prof di Lettere), riscontrava nella vicenda un antecedente. E, pur con imparagonabili differenze nei dati di fatto, il “delitto del Circeo” e l’inevitabilmente mediatico strascico processuale, erano certamente nella mente delle ascoltatrici della canzone. Ecco, non crediate ch’io stia esagerando con quest’ultima citazione, stiamo parlando di un’epoca in cui, non soltanto i miei ascolti musicali erano disordinati, ma sempre confluivano in un unico crogiolo sia i filoni auriferi della cultura “alta” che i reflussi della “bassa”. A differenza di quanto era accaduto dieci anni prima, forse fu qui che si cominciò a perdere la capacità di distinguere, separare, elaborare criteri di scelta e priorità. Ma torniamo alla canzone, che è questa:

Allora: il principe Raimondo, sposo da un solo anno, parte per la Guerra, affidando il figlio alla sorveglianza del proprio fratello, principe di Lione (come verrà detto più avanti). Invece di giocare col nipotino, di insegnargli a cavalcare o che so io, il principe di Lione tenta, senza successo, la virtù della cognata. Ma come spesso si è visto in vicende di questo tipo (e viene alla mente, assolutamente fuori contesto, la storia fra Placido e Ornella Muti in Romanzo popolare) il principe di Lione non si da per vinto, e con l’inganno si procura due anelli del tutto simili a quelli che il principe Raimondo aveva dato in pegno d’amore alla propria sposa. Non contento, va dal fratello e glieli mostra (quanto ad astuzia al servizio della perfidia qui siamo ai livelli di Riccardo III). Ma veniamo al seguito.

Certamente, visto il contesto (pubblica denuncia delle presunte corna) uno non si aspetta che il principe Raimondo torni a casa e chieda educatamente il divorzio; più accettabile (e consueto) è che il principe spedisca la moglie in convento e si risposi con miglior fortuna. Invece no. Raimondo lascia il campo di battaglia, torna a casa infuriato al gran galoppo e uccide il figlio. Noi ne conosciamo di storie di reduci dal Vietnam impazziti (e capisco che qui il Vietnam cada fuori tempo e luogo, se non si pone mente al fatto che corrono in questi giorni i 40 anni dall’uscita di “Ho visto anche degli zingari felici” che contiene appunto: “Primo maggio di festa oggi nel Vietnam”), la Mariansun, invece, la sposa di Raimondo, queste storie non le conosce (non ancora) e quando chiede il perché di tanto orrore riceve in cambio un trattamento, se possibile, ancor peggiore: legata alla coda del cavallo viene trascinata per le strade della città, in una forsennata corsa che fa tremare le pietre delle case.

In procinto di morire, innocente come Desdemona, la Mariansun consegna a Raimondo non già un fazzoletto ma la chiave del cofanetto dei gioielli (cosa altamente improbabile nel tourbillon degli avvenimenti, ma tant’è). Quando Raimondo scoprirà che i gioielli, così come la virtù della moglie, erano stati perfettamente conservati là dove stavano, si ucciderà a sua volta e con la spada dal pomo dorato. La canzone non ne fa cenno, ma, a quel che sembra, il principe di Lione se l’è cavata molto meglio di Jago.

Scriveva Alessandro D’Ancona a proposito di ballate simili a questa, di cui è ricca la tradizione, diciamo così, “piemontese”: “Come nelle fiabe delle nutrici c’era sempre il re e la regina e il figlio del re, così in queste (…) i personaggi sono o diventano quasi tutti principi o buoni. Né in quelle né in queste si ha niun riflesso della vita plebea e comune. La fantasia del popolo par compiacersi di rispecchiare la splendida vita dei potenti del secolo; le miserie della vita quotidiana e volgare non sembrano al popolo degno soggetto di poetica celebrazione”.

(veramente dovrei scrivere d’altro …)

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