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E’ bella la casa sulla collina. / Maria la guarda e poi mi dice: / mi piacerebbe poterla comperare / sarebbe il mio “paradiso”/.

Chi lo sa se lì, a Berlino, capivano ‘sta cosa. Il piemontese è già lingua difficile per gli italiani, figurarsi all’estero. Quanti saranno gli italiani a Berlino? Non è più come un tempo. Quale tempo?

C’era una canzone: Emigrato su in Germania, ricordavo il titolo, ma pensavo a Pino Masi o Bandelli; niente affatto, è di uno ancor meno noto: Gianni Nebbiosi; scrisse un piccolo numero di canzoni tutte attorno al tema della malattia mentale, inclusa questa, quando ancora la legge Basaglia era di là da venire. Poi c’è un disco con musiche di Theodorakis: Lettere dalla Germania, sta qui: https://www.youtube.com/watch?v=mrjT5epMtWo

Sono storie di emigranti Greci, Turchi e Italiani; nostalgie e nazisti amnistiati o camuffati; permessi negati e bionde di Wiesbaden; storie di emarginazione, quella sofferenza che conoscevamo anche noi, quando, come cantava Gianmaria Testa, in Francia o in Belgio ci chiamavano Ritals.

“Eppure lo sapevamo anche noi … una lingua da imparare in fretta prima della bicicletta”. E poi la “nebbia di fiato alle vetrine” che mi ricorda un dipinto di fine ‘800 … sarà Telemaco Signorini? Vado a controllare dopo, perché oltre a Salvatore Adamo che mi sguscia di sotto ai vecchi ricordi d’adolescenza, ora è la bicicletta la questione.

Oggi gran bella corsa ciclistica in Belgio, con vittoria in solitaria del mio idolo in maglia iridata. Un simpatico guascone come si dice (in realtà slovacco), che dopo 250 Km si è concesso il lusso di “chiamare” l’applauso del pubblico e di impennare sulla ruota posteriore.

Dopo la guerra mia madre emigrò a Bruxelles (e qualche mio zio andò a lavorare in miniera. Erano tante le miniere e tanti anche gli italiani, basta leggere i nomi delle vittime di Marcinelle). Tutte cose che so da tempo, naturalmente. E’ solo che in questi giorni prima di Pasqua ho sbobinato una vecchia audiocassetta, una sorta di intervista che fecero alla mamma forse per preparare una tesi. Lei racconta alcune cose della sua vita, di una vita lontana quando ancora non era mia madre, ma del Belgio dice pochissimo, meno di quel che dice della Svizzera dove si fermò per un periodo forse inferiore. Non dice, per esempio, una cosa che mi raccontò invece più d’una volta e che mi torna in mente almeno ogni primavera. Perché è sempre in questa stagione che si corre il Giro delle Fiandre, una corsa in bicicletta che si svolge fra i campi, i “muri” e il pavé fiammingo, una corsa ciclistica che Fiorenzo Magni vinse per tre anni di seguito: ’49, ’50 e ’51. Ed era proprio una delle vittorie di Magni quella che ricordava, accompagnata da una mancia del “padrone”, mi pare, e da un: “Bravò”, come se lei avesse avuto davvero qualcosa in più della comune nazionalità con quel corridore poi ricordato, lassù, come il “Leone delle Fiandre”. Quella corsa, poi una canzone che aveva inventato lei sull’assurdità di una dieta pressoché quotidiana a base di patate e carne di montone, e poi il Manneken Pis. Il suo Belgio, per quanto vissuto nella capitale, non era molto più di tutto questo, o forse erano queste le cose raccontabili del paese di Magritte e di J. Brel. Le plat pays, una canzone che certamente sentì anche lei quando io mettevo sul giradischi l’ Lp di Pagani (Lombardia), e allora non mi venne mai in mente di dirle che, probabilmente, lei e Brel avevano lasciato il Belgio insieme, allora, senza rimpianti. E’ un peccato, perché sono convinto che questa attivazione di memorie attraverso la musica fosse un patrimonio anche suo.

Questa, per esempio, è una canzone che lei certamente conosceva (senza aver mai frequentato le bettole messicane).

testa sagan

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