Per la mia generazione la barba alla Che Guevara era un segno di anticonformismo. Non sono parole mie, le scrive Siegmund Ginzberg sulle pagine culturali della Repubblica di oggi, nel commentare un testo edito recentemente negli States. Uno studio ponderoso, per quel che è dato intendere, che parte dai tempi di “quando le donne avevano la coda” (e a me è tornata in mente Senta Berger, quando nell’articolo è comparsa la domanda: ma perché mai i maschi della specie homo sapiens hanno la barba e le femmine no?) fino ad oggi. L’articolo su Repubblica è corredato, in basso, da un richiamo pubblicitario in favore di una trasmissione televisiva; una foto ritrae una donna e tre uomini, tutti e tre diversamente barbuti, ciò a conferma, forse, di quanto scrive Ginzberg: “oggi è tornata” (la barba) “ma per tutt’altre ragioni” rispetto a quelle ispirate dal “Che”. (Ma a proposito: fu solo Che Guevara, o non piuttosto anche tutti i “barbudos” della Sierra Maestra?). Ginzberg, che ancora oggi porta una barba per nulla “guevariana”, ma curata e “professionale”, è un po’ più vecchio di me, non appartengo alla sua generazione. Sarà per questo che, pur non ricordando con precisione quando cominciai a farmi crescere la barba, so per certo che non fu “Che “ Guevara il mio “modello”. Anzi. E’ certo che a 18 anni lessi Stato e rivoluzione (ne conservo la copia tutta sottolineata e glossata, ed. Newton Compton), ma neppure per un istante mi venne in mente di farmi crescere il pizzetto “alla Lenin”. Non paia assurda tale ipotesi; proprio in questi giorni ho visionato su YouTube un film passato in televisione nel 1982, un film sul terrorismo di non grande notorietà, nel quale più volte compare una sequenza che vede il protagonista che tenta di identificarsi anche fisicamente con Trotskij.
L’anticonformismo, questo sì, quello che mi ha spesso accompagnato nel corso della vita, e ancora dura, è stato forse il movente, l’idea primigenia; ma se “modelli” c’erano erano ottocenteschi, e non i “progressisti” Darwin o Marx (citati nell’articolo), piuttosto Mazzini, Garibaldi … (Mio padre non aveva né barba né baffi, se questo può aiutare).
Era anche una questione estetica: la barba mi piaceva. Avevo, all’inizio, due ciuffetti rossicci (che poi furono i primi a diventare bianchi); ed anche nei luoghi dove non era ancora così diffusa (penso ai miei primi anni in fabbrica) divenne rapidamente un quasi perfetto biglietto da visita ancor prima che aprissi bocca*.
Col tempo si è allungata; ma a volte è troppo anche per i miei occhi indulgenti e allora si va dal barbiere per un’aggiustatina: – Ma non la tagli tutta, eh! Fedele, nel tempo, a quell’immagine di “rivoluzionario (sconfitto) dell’Ottocento” che ho ricordato prima. Uno che glossava (si fa per dire!) Stato e rivoluzione, ma che nel contempo scriveva cose così: “La pioggia di Marzo che cade giù a rate / pensi e ricordi le cose passate”. Che, in fondo, non è che una versione appena poco diversa da quel verso di Guccini (toh! un altro con la barba) che sta scritto quassù in cima.
Fedele a oltranza a tutti e due.
* Ah! sì, forse in qualche caso è servita anche per aprire bocca meno del dovuto. Perché in fondo, scrive Ginzberg: “La storia dell’umanità è letteralmente scritta sulla faccia degli uomini”.

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