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Quelle che seguono non sono le canzoni che amo di più. Alcune di esse fanno parte, certamente, della mia biosongs (biografia in canzoni, per chi non ha letto il post precedente), ma non sarebbero le prime che ricorderei, qualora interrogato.
E allora perché? – direte voi (voi 4 o 5).
E’ che quando mi provocano non so non reagire, e la scrittura è il metodo meno cruento.
Volevi i canti d’amore e di corteggiamento piemontesi? (e piemontesi l’abbiamo imposto noi, perché nella tua megalomania volevi andare dalle Alpi alla Sila). Volevi quelli? Tò! E senza neanche stare a pensarci troppo.

Prima di atterrare lì, fra il Ticino e le Alpi occidentali, cominciamo con una prospettiva a volo d’uccello della penisola.
Le femmine d’Italia son disinvolte e scaltre / e sanno più dell’altre l’arte di farsi amar.
Nella galanteria l’ingegno han raffinato: / e suol restar gabbato chi le vorrà gabbar. (da: L’Italiana in Algeri)

Galanteria. Che parola desueta! Così antica che per ritrovarla bisogna far come i salmoni, risalire su fino al tempo dei trovatori: Bel galant a l’è stait an Fransa, dicono le parole di Joli Coeur, oppure: Gentil galant fè vostr viagi, e lasseme ste con ‘l me bergé, afferma La pastora fedele; e questi son soltanto due dei numerosi esempi che si potrebbero fare; poiché a scorrere la raccolta di canti piemontesi raccolti da Costantino Nigra, (non ho sottomano quella di Leone Sinigaglia) i galant, belli o gentili, spuntano quasi ad ogni pagina. Galanteria è un modo del corteggiamento, anche se lassù, nel testo musicato da Rossini, meglio sarebbe sostituirla con civetteria. Ma insomma: a star dietro alle canzoni (un certo tipo di canzoni) si scopre che vi fu un tempo in cui la galanteria sembrava più in auge di quanto lo sia al giorno d’oggi e, al contrario di quel che si canta nell’Italiana in Algeri, pareva prerogativa prettamente maschile. Però sappiamo bene che non è così. Spesso, i panni del gentil galant (ch’era sovente un cadetto di piccola nobiltà, costretto a girovagare per cercare un impiego) erano indossati da un bieco seduttore di pastorelle (bergere, appunto, in questa parte d’Italia); era un fatto così frequente che diede origine in epoca trobadorica ad un genere letterario, conosciuto, infatti, col nome di pastorella. Si trattava di componimenti poetici costruiti col linguaggio della seduzione, ma aventi quale scopo null’altro che il soddisfacimento sessuale del gentil galant, disponibile, nel caso i versi non fossero bastati, anche a forzare il consenso della giovane pastora o contadinella che fosse. Anche perché la morale dell’epoca non prevedeva alcuna punizione o reprimenda di sorta, l’appartenenza ad una classe superiore esonerava il galant (meno gentil della sua apparenza) dal render conto a chicchessia della violenza consumata.
Per la verità, non sempre le cose andavano così lisce per l’elegante seduttore dalla voce gentile. Non sempre la pastorella era così ingenua nel farsi abbindolare dalle parole, talvolta a portata di voce c’erano un padre o dei fratelli con le mani pesanti e in quel caso il gentil galant doveva avere buone gambe o buon cavallo; oppure, ed anche questo fatto è testimoniato dalle fonti, la pastorella in questione sapeva dimostrarsi ottima antesignana delle femmine d’Italia citate ne L’italiana in Algeri. E’ il caso della Pinota, per esempio.
Una canzone che il Nigra raccoglie in varie versioni sotto il titolo di Convegno notturno; ci sono differenti esiti del convegno, ma nella versione più diffusa qui, fra Monviso e valle Po, la ragazza (na fia di quìndes ani), dapprima lusinga il pretendente promettendogli un incontro notturno, ma al dunque lo lascia fuori dalla porta, e al pretendente, che già immaginava una notte d’amore dentro lo stesso letto, non resta che commentare: “Mi l’avria già mai pensà / che na fia di quìndes ani / a m’aveis sì ben minciunà!”; dove il minciunà equivale esattamente al gabbato di cui sopra. Tendenzialmente, però, le donne non si fanno ingannare facilmente e bisogna scendere a patti, come in Passand ‘n cola contrà: “O demi ‘n po la ciau del vost giardino” implora il gentil galant da sotto la finestra, attirato lì dagli occhi della bella; e alla replica della fanciulla: “la ciau del me giardin non la posso imprestare / S’ à i è dle rose e fiur che si potran guastare”, non rimane che rispondere: “Bela prestmi la ciau e poi non dubitare / che sa i sarà dei guast mi sun pronto a pagare”. Il seguito sembra dire che lei rimane scettica.D’altronde, il “pagare i danni”, in epoca più recente sembra modalità più diffusa; si pensi alla canzone di Brofferio La carafin-a rota: “Ma pasiensa! – dice l’Autore dopo l’incidente notturno – s’a l’è rota / ti t’as nen da stene sota; / I’ son pa, ti t’lo sas ben / d’coi ch’a rompo e a pago nen”. E comunque, aggiunge l’Autore, non far troppo la preziosa: “Guarda d’ fomne ai n’a j è d’mila / ch’a s-cianchrìo niente la brila / Ch’ a ciamrìo niente vendetta / mach per rompie la bocetta”. Siamo a metà Ottocento, ma Carolina, la ragazza cui si riferisce Brofferio, non è che l’antesignana delle sartine di inizio secolo, delle ciculatere (cioccolataie), delle operaie del tabacchificio, quelle per le quali si cantava: “La tabachin-a a pòrta pà ‘l capel / sensa ch’a l’abia la piuma dl’osel. / E l’osel a l’è na roba fin-a i-è la tabachin-a da contenté”.

Ma se anche scendessimo rapidamente, da quelle altezze medievali nelle quali ci siamo appena inoltrati, potremmo riscontrare con facilità che, anche in canzoni molto più recenti, il linguaggio del corteggiamento non è molto cambiato: “Se stasera sono qui è perché tu hai bisogno di me anche se non lo sai”. Sta forse nell’antico DNA del gentil galant quella sorta di concessione “dall’alto” dei propri favori che, quando si mescolerà con il vento dell’esistenzialismo che traversa le Alpi proveniente dalla Rive Gauche, farà scrivere allo stesso autore del verso precedente: “Mi sono innamorato di te perché non avevo niente da fare”. Ma i tempi sono cambiati (e pure le donne), così che il linguaggio del corteggiamento deve farsi più prudente affinché non si risolva in un’arma a doppio taglio: “Angela, Angela, angelo mio / quando t’ho detto che voglio andarmene, / volevo solo vederti piangere, / perché mi piace farti soffrire”. Qui, infatti, il risultato del sadico ricatto (gioco di seduzione non riuscito) è che sarà Angela ad andarsene davvero, lasciando al malcapitato gentil galant dei  nostri tempi la tardiva constatazione che “non è possibile che tutto a un tratto / io possa perderti, perdere tutto”.
Perdere tutto. Sembra un’esagerazione, invece a volte ne può andare di mezzo anche la vita. Perché spesso il gentil galant non si accontenta e, memore dell’aria del catalogo del Don Giovanni mozartiano, cade in tentazione sull’aria di un tango: “E’ stata una follia / l’ho incontrata per la via / disse: -vieni a casa mia – / cosa mai potevo far?”. Non si sa a quanto possa servire il ravvedimento postumo, il pentimento pare in articulo mortis, giacché Teresa, questo il nome della donna tradita, ha già impugnato il fucile e sembra decisa a sparare.
Naturalmente il binomio amore e morte non è prerogativa di Buscaglione (o meglio del suo paroliere Leo Chiosso). Se risalissimo nuovamente le valli dove abbiam lasciato i trovatori poco fa, potremmo ritrovare fra le loro ballate, accanto alla celeberrima storia di Donna Lombarda, la fedifraga avvelenatrice del marito ben nota in tutto il settentrione d’Italia, un personaggio che Nigra faceva risalire a Rosmunda regina dei Longobardi, anche la storia di Cecilia.
Anche la vicenda di Cecilia, che anticipa il doloroso travaglio della pucciniana Tosca, è presente dalla Catalogna a tutta l’Italia (non solo settentrionale), pure se la versione più nota in Piemonte contempla tre donne: “S’a i sun tre gentil dame / ch’à ven-u da Liun / Cecilia, la pi bela l’à so marì an perzun”. Per avere in cambio la libertà del marito Cecilia concede le proprie grazie al capitano delle guardie, ma verrà ingannata. Il mattino seguente vedrà dalla finestra il marito già impiccato e a quel punto … vendetta sarà.

E non è un caso solitario. Amore e morte s’intrecciano spesso nelle antiche ballate raccolte da Nigra: se non sono le mogli ad uccidere i mariti come avviene ne La Moncleisa, o a tentare di farlo (come in Donna Lombarda), saranno i mariti ad uccidere le mogli, come nella storia del Prinsi Raimund, o in altre ancora. Senza contare il ritrovamento della sposa morta al ritorno da una guerra o, viceversa, l’inutile attesa da parte della donna di un ritorno del marito (o fidanzato) ucciso in uno dei tanti conflitti. (Ma non sempre si muore in guerra, ed un bel caso di fedeltà premiata sta nella ballata del Moro saracino; l’attesa è durata sette anni, ma alla ricomparsa del marito la moglie sella il cavallo e abbandona il Moro che l’aveva rapita).
E poi ci sono storie altrettanto antiche, così lontane nel tempo che le ragioni della Morte, che puntualmente compare assieme all’Amore, si son perse lungo i secoli. E’ il caso di Mis Amour, canzone che deve la sua notorietà recente anche grazie ad una interpretazione di De Andrè (direte: è genovese, qui non c’entra; vero sì, ma da giovane faceva le sue vacanze nella casa di famiglia situata nella campagna piemontese). Il testo, come ho detto, forse mutilato dal tempo, non rende edotti sui motivi che spingono il protagonista ad uccidere la donna amata, tuttavia, è il significato generale del canto a far sì che noi si possa considerare questa canzone una parente stretta di alcune delle ballate raccolte dal Nigra.
E non sono soltanto le guerre ad essere implicate, ma anche i conflitti generazionali o familiari che dir si voglia. Nell’antica Maledizione della madre, che diverrà poi A Turin a la Rosa Bianca ed infine canto di emigrazione in: Mamma mia dammi cento lire, la figlia scappa di casa per andare a sposare il re di Francia, inseguita però dalla maledizione della madre contraria a quelle nozze: “Vattene pure figlia mia e che in mezzo al mare tu possa annegare”. Profezia che si avvera, naturalmente, ponendo fine alla storia. Meglio sarebbe (che non t’avessi amato / sapevo il Credo e ora l’ho scordato). No, questa non ci appartiene. Meglio sarebbe, invece della vita, perdere l’anello in mare; così capita a Susanna che troviamo disperata e piangente, fintanto che non incontra un pescatore disponibile a ripescarglielo, non certo in cambio dei “duecento scudi e borsa ricamata” come propone lei, ma per un più consistente bacio d’amore, scambiato magari al chiar di luna che nessuno vedrà. Ma torniamo ai conflitti. Nella celebre Le fije ‘d Carmagnola, padre e madre si stanno accordando sul matrimonio della figlia più giovane mentre lavorano nella stalla; costei ascolta il parlottio dei genitori e chiede di non essere accasata là dove ci siano suocera e suocero (ai quali sarebbe soggetta): “ma ‘ndùa i’è masé e madona / cerché pa ‘d mandeme mi”. Cosa che, invece, puntualmente avverrà, e quando la giovane sposa si presenterà in cucina senza sapere bene come muoversi nel nuovo ambiente, verrà immediatamente redarguita dalla suocera: “ ‘t ses avnua grand e grosa / ‘t sas nen cusa ì-è da fé / andé a dormi ansema l’omu / i-è pa gnun ca ‘t lu mustra a fe” (sei già diventata grande e ancora non sai cosa c’è da fare? Per andare a letto con un uomo non hai richiesto spiegazioni). Ma la ragazza non si fa intimidire (e da qui il fatto che la canzone, più che al genere amoroso, debba essere collocata nel genere dei “contrasti”, poco diffusi in Piemonte): “Sun avnua granda e grosa / sun avnua da mia ca / andé a dormi ansema a l’omu / l’è pa mi chi l’ai cuminsà”.
Non troppo diffusi, si diceva, i “contrasti”, e tuttavia non si vede dove altrimenti collocare Fija mia pijlo pà, un testo nel quale la solita madre impicciona vorrebbe selezionare il gentil galant al quale concedere la propria figlia. “Fija mia pijlo pa che chiel-lì mangia le siole” (le cipolle), implora inutilmente la madre, e poiché la figlia, assolutamente certa che cipolle e aglio possano felicemente convivere, risponderà convinta della propria scelta: “chiel le siole e mi l’aj, ma l’amor a finiss mai”, e così non ci sorprende che la conclusione avvenga secondo i canoni naturali previsti: “Mare mi lo veuj, mi lo veuj lo veuj, mare mi lo veuj sota ij ljnseuj”.
E tuttavia, l’idea di una felicità amorosa, come quella appena ipotizzata, o come quella descritta dalla Pastora fedele: “e lasseme ste con ‘l me bergé / chiel al sun de la viola, chiel mi fa dansè”, nella raccolta del Nigra appare poche volte, è più ipotetica che reale. D’altra parte come diceva il Maestro: “se son d’umore nero allora scrivo / frugando dentro le nostre miserie”, mentre invece la felicità in amore produce rari frutti.
E quando non siano compresenti Amore e Morte? Allora c’è spesso la noia della quotidianità o l’inutile rimpianto per un matrimonio sbagliato; il tema della malmaritata, insomma. Una delle canzoni più note in questo senso è: Bel uselin del bosch, che possiede senz’altro una versione più antica di quella risorgimentale nella quale si citano “la libertà d’Italia” e “Giuseppe Garibaldi”. L’uccellino, infatti, stretto parente di quel Rossinyol cantato in catalano anche da Joan Baez, J. Manuel Serrat etc., nella versione piemontese è stato incaricato di recare alla bella un biglietto con proposta di matrimonio, ma è giunto tardi. “Sun maridà-me jer / e ancoi sun già pentia. Fussa da maridè mai pi mi spusaria” risponde la giovane. Concludendo mesta: “Viva la libertà e chi savrà tegni-la / chi la sa pa tegnì la noit e ‘l dì sospira”.
E’ pur vero che non è scritto da nessuna parte che tutte le storie d’amore debbano vivere all’ombra della noia o del rimpianto. Neppure quando, e certamente capita, i protagonisti abbiano perduto di vista la fresca fonte alla quale bevvero i gentil galant d’un tempo. In un mondo che rapidamente cambia e nel quale vorresti lasciare un segno c’è poco spazio per nuove parole d’amore: “Vorrei dirtelo tutto d’un fiato /E gridartelo questo mio amore /Come grida un bambino ch’è nato /Come grida la gente che muore/Come grida chi s’è ribellato /Come grida chi chiede vendetta/Ed invece sto qui senza fiato/E ti dico una cosa già detta”.
Ma abbiamo conosciuto un’epoca (neppure tanto lontana) in cui non c’era neppure il tempo per dirsele certe parole: “Erano sposi. Lei s’alzava all’alba / prendeva il tram, correva al suo lavoro. / Lui aveva il turno che finisce all’alba / entrava in letto e lei n’era già fuori. / Soltanto un bacio in fretta posso darti / bere un caffè tenendoti per mano. / Il tuo cappotto è umido di nebbia / Il nostro letto serba il tuo tepor”.
E poi ci sono i luoghi dell’amore, quelli soltanto vagheggiati: “L’é gròssa la ca sla colin-a, / tante stansie con finestre e pogieuj, / starìo pròpi bin là ansima / mi, mè òm e ij mè fieuj”.
Ma a proposito di colline e di case là collocate, ed anche per uscire per un istante dall’aura della galanteria e affrontare la realtà, non pare inappropriato ricordare un breve ritratto delle donne al tempo degli Antenati di Pavese: “E le donne non contano nella famiglia. / Voglio dire, le donne da noi stanno in casa / e ci mettono al mondo e non dicono nulla / e non contano nulla e non le ricordiamo”.
E che poi non le si ricordi è un falso; persino le bruttine, nella memoria di Gozzano: “Sei quasi brutta, priva di lusinga / nelle tue vesti quasi campagnole / …/ E rivedo la tua bocca vermiglia / così larga nel ridere e nel bere, / e il volto quadro, senza sopracciglia, / tutto sparso d’efelidi leggiere / e gli occhi fermi, l’iridi sincere / azzurre d’un azzurro di stoviglia …”.
Ma torniamo alle canzoni.
Non è neppure del tutto vero quel che ho detto poco fa, che non si possa mettere in canzone la felicità in amore, ed anche se la musica non sembra dar troppa enfasi al testo, Farassino ci prova con un classico richiamo alla tradizione: “Colei che accompagna il mio viaggio / dopo avermi baciato / non mi ha chiesto chi ero / non mi ha chiesto se ero sincero: / ma ha lasciato nelle mie mani / il racconto pulito del suo bianco vestito / come augurio al nostro domani”.
Oppure in un fruscio di taffetà, ascoltiamo Paolo Conte: “… perché d’inverno è meglio / la donna è tutta più segreta e sola / … / quando la neve attenua / tutti i rumori … / questo è il tempo di lasciarsi sprofondare / nel medioevo delle sue frasi amare / dice non vuol peccare / però si sa lo fa”.

Basta, m’è passata.

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