Tag

Il ricordo dei primi Festival è legato alla radio: niente televisione fino al ’66. Quindi nessun ricordo “vero” legato alle braccia aperte di Modugno, nel ’58, anche se la sua canzone fu subito appresa e cantata sul balcone di casa. Ma questo credo d’averglielo già detto in altra occasione. Nel ’61 vince Al di là, canzoncina insulsa (al confronto, che so, di Donaggio, per esempio), ma ascoltata al pianoforte, pianoforte verticale in un piccolo soggiorno di casa popolare, da un compagno di classe (o semplicemente coetaneo?) dal quale eravamo passati perché la madre faceva la sarta, (o semplicemente la maglierista? Bah! In ogni caso era una vicina di casa di mia zia. O forse eravamo là semplicemente per un caffè, va a sapere; solo il ricordo di quelle dita sul piano è netto).
No, non ho mai più rivisto il pianista, credo si sia trasferito ed abbia frequentato le medie in un altro quartiere.
1967. Anno disgraziato per gli studi; anche questo credo d’averglielo già detto. Ricco di musica, però: canzoni italiane, cover e qualcosa anche in originale. L’anno di Tenco. In una foto del Festival uno degli Hollies indossa un paio di pantaloni tubolari a quadrettini. Ora non mi chieda il colore perché, a parte il parziale daltonismo del quale sono portatore, potrei confondere quei pantaloni con un altro paio, simile, che riuscii a farmi comperare qualche tempo dopo.
Anno disgraziato, per gli studi e per le idee confuse. Le ho già detto che scrivevo Gott Mit Uns sui libri e sui quaderni, soltanto perché avevo trovato quella frase su uno dei tanti OSS 117 che avevo letto nel corso dell’estate, e naturalmente nulla sapevo, non ancora, che dall’altra parte dell’oceano qualcuno aveva composto: With God on Our Side. Arriverà la Baez, più tardi, in quel disco registrato in Italia col Ragazzo di Morandi/Lusini e quella frase: carabinieri, via. E intanto nelle sciocchezze che scrivevo mi firmavo Michail Kiev, per via di un film visto in TV. Sembra strano, un film russo nella televisione di quegli anni; però …, in fondo su YouTube c’è lo spezzone di una trasmissione coeva dove Gaber, Jannacci, Toffolo, Silverio Pisu e Otello Profazio cantano Addio Lugano bella. Contraddizioni in seno … al potere.
Io ora non ricordo chi vinse quell’edizione del Festival, non ho neanche la curiosità di andare in rete per controllare quali altri canzoni ci fossero, probabilmente troverei altri agganci, altri ricordi. Però c’è una canzone che non ho mai più dimenticato; una canzone che certo era molto meno popolare, fra noi che cominciavamo a suonicchiare la chitarra coi pantaloni scampanati o a quadrettini e con le basette che scendevano fin sotto il lobo dell’orecchio assieme ai capelli (che allora c’erano), assolutamente meno frequentata rispetto a Noi non ci saremo, a Mr. Tambourine, a Blowin in the wind, a 29 Settembre e a tutte le altre. Anzi, se devo dir la verità, non ricordo di averla sentita cantare da nessuno, per quanto, nel giro di pochi mesi, si scoprì che l’aveva scritta Battisti assieme al sempre troppo prolifico Mogol. E Battisti (il primo) ci piaceva. Giocava contro, certo, anche il fatto che l’altro interprete, a Sanremo, era stato Mino Reitano.
La canzone, però, è ormai entrata a far parte della mia playlist, anzi: del file intitolato “biosong”, le canzoni della mia biografia, file che mi sforzo di tenere il più contenuto possibile anche se qualche Giga bisognerà pur concederglielo.
No, non è una gran canzone, ha ragione. Il ritornello men che meno, con quella vaga reminiscenza di spirito hippy (ormai superato dai tempi) in salsa europea. No.
Però non avevo ancora 15 anni, e il testo delle strofe spalancò una finestra.
Quanti uomini han vissuto prima ch’io nascessi
e perché hanno vissuto
quante cose che han lasciato e quante altre no
oh oh oh oh oh oh oh…
E’ venuto il mio momento di partire per la vita
fate quello che potete
perché io creda in qualche cosa
perché io creda in voi
oh oh oh oh oh oh oh…

Annunci