Viene Gennaio silenzioso e lieve,
un fiume addormentato
fra le cui rive giace come neve
il mio corpo malato.
Sono distese lungo la pianura
bianche file di campi,
son come amanti dopo l’avventura
neri alberi stanchi.

Bisognerà pur scrivere qualcosa, se non si vuole lasciar morire questo luogo nella sua vuota utilità. Magari soltanto per accennare sottovoce che i versi qui sopra più non possiedono l’incisività d’un tempo; anche le “file di campi” lamentano (al momento) l’assenza del manto che le avrebbe rese “bianche”, poiché dal lontano ’72 (anno della canzone) nevica sempre meno copiosamente di quel che allora potevamo ancora ricordare. Si aggiunga, inoltre, che “lungo la pianura” e a copertura di quei campi, si distendono, assai più numerosi di allora, capannoni industriali, ma taluni in abbandono; e questi ultimi sì, se possedessero un’anima, potrebbero apparire “come amanti dopo l’avventura”.
Perché l’avventura, comunque essa la si sia intesa, è ormai pressoché finita, nonostante il clamore della stagione dei saldi – ultima nata a sostituir con prepotenza quasi totalmente le altre quattro – insista pervicacemente a dimostrare il contrario, restituendoci anche quest’altro Gennaio tutt’altro che “silenzioso e lieve”. Ma di qua, da questa stanza, quel clamore è lontano; lo soffoca una tromba.

Quanto al corpo, il mio come quello di Guccini e di tutti, esso è malato fin dall’istante del primo strillo, anch’esso lontanissimo, e su questo non c’è nulla da aggiungere; confermiamo Svevo: “A differenza delle altre malattie la vita è sempre mortale. Non sopporta cure”.
Ma il giovane De André sostiene che: “anche la neve morirà domani / l’amore ancora ci passerà vicino nella stagione del biancospino”. E qui la questione si complica un poco poiché, come ci ricorda Pascoli, la stagione del biancospino è la primavera: “e del prunalbo l’odorino amaro senti nel cuore”; invece io mi sposerò quando ancora sarà “secco il pruno” e gli albicocchi non saranno in fiore.
Fiori rosa, fiori di pesco …; fra quindici giorni saranno fiori d’arancio.
Ci sarebbe questa canzone, con questo inizio così “giusto” che pare l’abbia suggerito io:
Rinunciare all’amor tuo
mi risulta più nefasto
che piantar di colpo il vizio
di un caffè dopo ogni pasto.
Non amar più te ma un altra
più posata e più tranquilla
equivale a non sorbire
più caffè ma camomilla.
E invece no, vale per Amodei (L’amore è un brutto vizio è canzone sua) quel che vale per i due precedenti: le cose ultime non sono mai (o quasi mai) all’altezza delle precedenti; mettiamone una delle prime e (per ora) chiudiamo così.

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