Che personaggio costui, eh!

Dire che per un bel po’ era rimasto (per me) quello di “Je T’aime … Moi non plus”; c’erano ancora i juke-box all’epoca. Gli ultimi. Ne sono certo perché, dopo averla sentita una prima volta – Je t’aime … -, o forse solo dopo averne sentito parlare, la (ri)ascoltai proprio da un juke-box. Potrei anche dire dove. Non so se il bar c’è ancora, perché proprio lì stanno abbattendo un cavalcavia per sostituirlo con una gigantesca rotonda, ma era vicino ad un negozio di dischi; e quello di sicuro non c’è più.

Poi non so come sia entrato in circolo: Brel, Brassens, Pagani, Reggiani, Moustaki, Ferrat … Antoine, la Hardy (senza contare gli altri) non è che con lui avessero molto a che fare, anzi. Sarà stato per via di un approfondimento su quelli là. O, forse, no; forse fu quella volta che incrociai un bel disco di un italiano, Maledette canzoni s’intitolava (e lì c’ero arrivato passando dalla Banda Bonnot), e così scoprii che S. G. non era solo “Je t’aime … etc”. Anzi, all’apice della provocazione (o del dileggio?) era anche: “Aux Armes Et Cetera”; ma ha scritto anche belle canzoni.

Questa messa qui sopra non è fra le migliori. Ma è la prima che m’è venuta in mente. Perché sarebbe proprio da dir così: “sono venuto a dirti (in realtà, rivolgendosi ad un coro, si dirà: dirvi) che vado via”. In fondo è pur sempre una storia d’amore (una passione) che finisce. Senza drammi e senza le lacrime previste dalla canzone. Finita.

Poi non succederà: troppe implicazioni.

E poi non solo: “jour après jour les amours mortes n’en finissent pas de mourir”.

 

 

 

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