Che razza di numero è il 63? Non è neanche un numero primo; ha di buono che è dispari, il che significa che per stare in equilibrio deve trovarne uno simile a lui, e avendolo trovato non è consolazione da poco, ché i dispari son tanti e nessuno eguale all’altro suo simile.

Nel ’63 era ancora vivo Togliatti, vale a dire un Pci che ho conosciuto solo sui libri. Gigi Meroni giocava ancora nel Genoa, calzettoni alle caviglie e capelli lunghi il giusto. Mentre i Beatles cantavano Please please me e Love me do, nel coro della scuola noi si era ancora fermi alla Leggenda del Piave e alla Montanara. Nel ’63 muore Beppe Fenoglio, ma per accorgermene avrei dovuto essere ad Alba o aspettare, come fu, le prime letture extra scolastiche. Sul muro del vecchio mulino c’era una scritta misteriosa. Sì, un vecchio mulino in disuso: la città sta allargandosi, ma gli spazi ci sono e il vecchio muro resta lì. Ci va del tempo per comprendere la scritta, ed altrettanto per dimenticarne il riferimento: credo parlasse, in termini tutt’altro che elogiativi, di Tambroni.

Nel ’63 sono già orfano di nonni; l’ultima, unica dei quattro conosciuta, se n’è andata l’anno prima, ciò comporterà per gli anni a venire nostalgia per qualche specialità culinaria (un paio), e soprattutto assenza di notizie di prima mano sul mezzo secolo precedente. Ci si arrangia, perché poi qualcuno ha ereditato l’abilità in cucina e qualcun altro un po’ la voglia di raccontare, ma non è mai come andare alle fonti. Bisognerà leggere, e quello non sarà un problema. Un mese prima della nonna, mentre sono in vacanza, è morta Marilyn; ci sono un paio di foto del tempo: in una tengo fra le mani un organetto-giocattolo, nell’altra tengo per mano una coetanea che non so chi sia. In entrambi gli scatti ho l’aria di uno che non si diverte per niente, premonizione? Fra l’altro, quello è il periodo nel quale alcune foto me le fanno con gli occhiali, mentre in altre mi dicono di toglierli. Non che allora l’abbia avvertito consciamente, ma questo metti e togli non deve certamente aver agevolato molto la costruzione del “sé”.

Nel maggio di quell’anno Vito Taccone vince quattro tappe consecutive al Giro d’Italia (non so se è un record) e poi la quinta, qualche giorno dopo, che si corre sulle montagne della provincia dove sono nato. Se la mia passione per il ciclismo non è nata lì (e tutto ciò lo si poteva soltanto ascoltare per radio e rileggere il giorno dopo), mi chiedo in quale altro recesso della memoria io debba andarne a cercare il seme. Sarà il mio idolo per un po’ di anni, ancor di più quando vincerà molto meno ed anche se ci somigliamo poco: lui è litigioso in corsa e parecchio polemico; io non sono affatto litigioso, polemico un po’, il giusto.

L’otto dicembre del ’63 compivo 11 anni. Degli undici anni e nove mesi di musica che avevo alle spalle ero certamente ancora poco consapevole, nel senso che li contenevo serenamente senza sapere ch’erano parte della felicità che mi sarei portato appresso negli anni a venire. Felicità (e qui non si parla solamente di quella degli undici anni) con la quale è sempre stato assai impegnativo condividere lunghi tratti di strada, ma dalla quale, anche in virtù delle crome e delle semiminime che ogni tanto lei lasciava sbriciolate dietro a sé, in fondo in fondo non mi sono mai lasciato distanziare troppo.

 

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