Tag

,

Quel tipo di usciere lì, al giorno d’oggi, credo che lo si possa trovare soltanto più negli uffici del Comune. Ad occhio e croce direi sia stato assunto ai tempi della giunta Novelli, oppure ai tempi della Magnani Noya. Ma tutto l’insieme: l’abbigliamento, i suoi modi, il luogo (questi stanzoni bassi, senza finestre, perennemente in luce artificiale, coi muri che mantengono memoria di un ospedale psichiatrico che fu), ti sospinge ancora più indietro, al bianco e nero dell’epoca De Sica – Zavattini – De Santis, con qualche richiamo al technicolor di un successivo Nanni Loy. L’uomo sta lì e ti porge i moduli, controlla il flusso degli utenti con l’aria di chi ha visto, in quest’ultimo trentennio, mutare lo stato civile di mezza città e non si preoccupa più di nulla.

Due mesi, ha detto l’uomo. Mi sembra un tempo lungo, ma in ogni caso è bene cominciare a pensarci.

Il luogo. C’era un posto che avrei approvato immediatamente; una bella villa del primo ‘700 con parco e fontana, passata attraverso varie mani fino ai Savoia e poi ai Gesuiti, prima d’esser acquistata nel 1975 dalla Città che la destinò a sede della Biblioteca Musicale. Un luogo che frequentai a lungo negli anni della tesi (e anche al di fuori della tesi); ma pare che non si usi più. Di certo non andremo a Palazzo Madama.

La colonna sonora. Fatto salvo che Mendelssohn scrisse una Marcia Nuziale di indubbia popolarità e che quella di Wagner (che viene dal Lohengrin) lo è altrettanto, proprio per evitare un banale deja entendu sarei per evitarle. Se proprio si volesse andare su quel tipo di musica, allora sarei per il Canone in Re maggiore di Pachebel, perché bello è bello, ma soprattutto noi due abbiamo l’età giusta per ricordare gli Aphrodite’s Child, e le commistioni non è che ci dispiacciano.

Va bene la musica, ma in quel contesto lì contano pure le parole. E allora per quel momento si potrebbe usare questa (oppure altra versione), anche perché qui siamo in un ambito più vicino a quello di mia competenza. E questa ce la possiamo perdere? No, ma sia chiaro che se ce la facessimo cantare dalla Mannoia è solo perché in quel momento lì si è in due (io preferisco l’autore).

In verità – e mi pare scontato – il primo pensiero era stato un altro.

Non è che io vada pazzo per De André. Alcune, poche, cose sue mi piacciono molto, altre mi lasciano abbastanza freddo. Va detto che in Marcia nuziale (che lui prende da Brassens) c’è, però, almeno una cosa che salva quella canzone da un banale rifacimento. Nell’originale Brassens dice: “Que les vieux amoureux firent leurs épousailles // Après long temps d’amour, long temps de fiançailles”. Lo stesso Nanni Svampa, che si dedicò per lungo tempo alle traduzioni di Brassens in milanese, non si allontana dalla traduzione letterale dicendo: “I vecc innamoraa hinn andaa a fà giurament // Dopo vint’ann de amor, de grand fidanzament”. Non così De André, che si inventa, a mio  avviso, una bellissima soluzione: “che andarono a sposarsi dopo un fidanzamento // durato tanti anni da chiamarlo ormai d’argento”.

Sarà perché riprende assai bene la situazione in oggetto, ma, con buona pace di Pachebel e anche di Caterina Bueno, se me la suonassero …, non mi spiacerebbe.

Annunci