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Fra le mie curiosità sul tempo che passa, ce n’è da tempo una, forse singolare, ma non troppo se si considera il lavoro che ho svolto per un trentennio circa. Essa consiste nel domandarmi, di fronte ad alcuni personaggi più o meno noti sulla scena politica o culturale, chi sono stati i loro insegnanti. Meglio ancora: se questi insegnanti hanno ricordo d’aver avuto quel tale allievo e quanto, quel ricordo, coincide o si differenzia dalla realtà presente e pubblica. Naturalmente non è che questa questione me la ponga di fronte a chiunque, ci sono ovviamente anche altri criteri di selezione; il vivere nella stessa città, per esempio – anche in questa ex grande company-town che tenta invano di rifarsi il viso come una cinquantenne – , comporta più di quanto non si creda l’incrociarsi di percorsi e conoscenze comuni. E poi, a dire il vero, la vicenda è anche un poco più complessa, poiché solitamente mi pongo la domanda soprattutto quando sono di fronte a persone che appartengono alla generazione appena successiva alla mia, una decina d’anni meno; e prima d’approdare al “Chi fuor li maggior tui?”, parafrasando Farinata e Dante, passa da un interiore: Ma tu cosa facevi, cosa pensavi, quando io, quando noi …? Insomma, è sempre un sempiterno interrogarmi su quegli anni là.Portici di Carta
Ieri ero seduto sui gradini di una chiesa, in attesa di entrare in una sorta di cappella laterale (barocca, cà va sans dire!) per ascoltare un paio di colloqui a più voci su due scrittori piemontesi recentemente scomparsi. Proprio di fronte a me, in piedi, appoggiato ad uno dei pilastrini in granito che delimitano il sagrato, c’era un noto giornalista, con i suoi riccioli sempre più brizzolati ed una T-shirt piuttosto tesa su uno stomaco decisamente più ingrossato dal nostro precedente incontro. Ed é proprio osservando lui che mi è tornata in mente la mia singolare curiosità, poiché molto tempo fa, quando lui ancora non era così noto, ero venuto a conoscenza del fatto che, in gioventù, aveva frequentato un certo liceo assieme ad altri che conoscevo.
Ebbene, ieri, quasi al termine di quei due colloqui-ricordo dedicati ai due scrittori, sul palco è salita la docente di Latino e Greco del secondo, il più giovane dei due. Il suo è stato un discorso fra i più brevi dei tanti che si sono allineati, pronunciato a braccio, contrariamente ai molti che hanno preferito la lettura di un testo scritto (o almeno di una scaletta). Breve ma non meno intenso di tanti altri.
La mia curiosità, però, è rimasta inappagata. Sì, qualche lieve accenno, sia da lei che da un compagno di banco dello scrittore, intervenuto in precedenza, c’è stato. Poca cosa, però sufficiente per riaccendere un lontano flash. Siamo a metà dei ’70, al fondo della via dove c’è il liceo, sotto i portici del corso, un trio di ragazzi ha disposto a terra dei fumetti (credo) o dischi, mi fermo ad osservarli scambiando due chiacchiere. Di fronte a noi, sull’altro lato della strada, due prostitute in attesa. Il colloquio termina con una mia citazione da De André: “se non sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo”. Leggendo quel che scrisse poi (e quel che organizzò e fece), mi convinco sempre più che uno dei tre ragazzi di allora fosse Luca Rastello.
In forma ancora un po’ confusa, ma in fondo in linea con la modalità di un blog, quanto sopra va a seguito di quanto avevo scritto qua.

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