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La bellezza sta negli occhi di chi guarda, pertanto non c’è tassonomia che imponga di preferire il barocco leccese al due pezzi delle neo mamme in spiaggia. Seppure apprezzabili, sono entrambi, talvolta appena oltre misura (nel caso del costume si intenda sotto misura). Il finissimo lavoro di mazzetta e scalpello operato sulla tenera e chiara pietra leccese snellisce i volumi e supplisce, qua e là, all’invenzione architettonica. Rotondità barocche che riappaiono invece sotto la parte inferiore del costume, nei modelli più recenti, quelli che si annodano sui fianchi (tanga non ne ho visti). Ma per osservare tutto ciò, oltre che a Lecce, Melpignano, Galatina, Otranto …, il Salento, insomma, bisogna frequentare spiagge affollate e chiassose; noi più spesso si stava sulle rocce, al di là delle dune dove ormai l’incuria, l’inciviltà e le 4×4 consentono di giungere al volante di un’auto. D’altro canto anche la pietra leccese è estremamente sensibile, acqua e smog la stanno corrodendo.
Affollato il Salento. Troppo. Auto e spazzatura vinceranno la prova di resistenza con la macchia mediterranea; già si carica l’arma per il colpo di grazia che verrà dai nuovi barbari che frequentano enormi hangar con luci stroboscopiche chiamate discoteche, e dagli aficionados della taranta, ai quali un Ligabue abbastanza fuori contesto ha regalato Certe notti che non mi è parsa per nulla diversa dall’originale.
Ma il Salento è stato anche tempo di musica e di lettura, poiché il vento fa il suo giro (in Occitania come nella Grecìa) e molto dipende anche dove ti collochi. Tra le cose migliori: Invisibili Vivere e morire all’Ilva di Taranto; e poi il libro di Deaglio: Storia vera e terribile tra Sicilia a America. Per la musica non c’è che da scegliere.


A Torino piove e fa freddo, da qui il titolo.

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