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Ancora per adesione all’iniziativa lanciata qui.

Non so se sia stato Gianni Brera, o se, prima di lui, fu Vittorio Pozzo. In ogni caso, quando leggevo ancora le pagine dei quotidiani dedicate al calcio, ricordo l’uso dell’espressione “razza Piave” (credo che uno degli ultimi ad usarla sia stato lo scrittore Giovanni Arpino). Era, quel modo di dire, un po’ come si usa per i vini, una sorta di marchio DOCG per difensori e centrocampisti: duri, rocciosi, tenaci e insuperabili (e veneti di nascita). Quasi mai dotati di fine palleggio, ma baluardi invalicabili anche da quegli oriundi (angeli dalla faccia sporca: Sivori, Angelillo, Altafini, Lojacono etc.) che venivano dal Brasile o dall’Argentina. Razza Piave; gamba o pallone, l’importante era spazzare via alla “viva il parroco”, così scrivevano. Erano gli anni ’50 – ’60 e non c’era necessità di esplicitare meglio il significato.
Alla fine, insomma, il Piave (ma sarebbe la Piave; cambiò genere dopo il 1918, poiché D’Annunzio disse che il fiume che aveva respinto i nemici non poteva essere femmina!) si era imposto come simbolo unico e centrale della vittoria nella Grande guerra; anche se per qualche tempo ebbe come concorrente nel ruolo il monte Grappa. D’altra parte, dopo Caporetto, il fronte si rinsaldò proprio lì, fra il Grappa e il Piave. Ed entrambi ebbero la loro canzone; una delle due fu più fortunata, le arrise un successo che dura nel tempo, forse anche perché venne scritta da E. A. Mario, uno che il compositore lo faceva per mestiere (fu lui a scrivere Vipera, Balocchi e profumi e altre ancora). Divenne persino per tre anni inno nazionale (non so quanto eseguito, in verità) dal settembre ’43 all’ottobre ’46. Ma ora parliamo dell’altra: La canzone del Grappa.

Monte Grappa, tu sei la mia patria,
sovra te il nostro sole risplende,
a te mira chi spera ed attende,
i fratelli che a guardia vi stan.
Contro a te già s’infranse il nemico,
che all’Italia tendeva lo sguardo:
non si passa un cotal baluardo,
affidato agli italici cuor.
Monte Grappa, tu sei la mia Patria,
sei la stella che addita il cammino,
sei la gloria, il volere, il destino,
che all’Italia ci fa ritornar.
Le tue cime fur sempre vietate,
per il pie’ dell’odiato straniero,
dei tuoi fianchi egli ignora il sentiero
che pugnando più volte tentò.
Quale candida neve che al verno
ti ricopre di splendido ammanto,
tu sei puro ed invitto col vanto
che il nemico non lasci passar.
Monte Grappa, tu sei la mia Patria, ecc.
O montagna, per noi tu sei sacra;
giù di lì scenderanno le schiere
che irrompenti, a spiegate bandiere,
l’invasore dovranno scacciar.
Ed i giorni del nostro servaggio
che scontammo mordendo nel freno,
in un forte avvenire sereno
noi ben presto vedremo mutar.

Non bastarono questi versi (sui quali diremo ancora), non bastarono al Grappa ben tre battaglie vinte (novembre-dicembre ’17; giugno ’18 e ottobre ’18), non fu sufficiente neppure il fatto che il Grappa divenisse “montagna sacra” del Veneto sin dal 1899 e dotata, sin dal 1901, di una statua della Madonna benedetta personalmente in loco dal futuro papa Pio X, statua che venne colpita dal cannone nemico e ricollocata nel 1921 con una cerimonia militar-religiosa che vide la partecipazione dell’ex presidente del consiglio V. E. Orlando. Niente: – No, disse il Piave, No dissero i fanti e la canzone del Grappa pian piano scivolò nel dimenticatoio.
E dire che i versi li aveva scritti nientemeno che il futuro quadrumviro, allora generale, Emilio De Bono. E la musica l’aveva composta un tal Antonio Meneghetti che, tanto per anticipare i tempi, si firmava DUX.

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