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Sarà capitato anche a voi, diceva la canzone, di avere una musica in testa. Effettivamente, succede. A parte il fatto che pensandoci, pensando ora a Zum zum zum, dico, mi è venuta subito in mente la Carrà, invece ad inciderla furono Mina e poi Sylvie Vartan, o viceversa, ma non la romagnola, insomma.
Voglio dire che era da stamattina che avevo in testa tre o quattro battute di una musica che non sapevo riconoscere, e mica una canzonetta, o una di quelle nenie fastidiose che non sai come liberartene, no, era una bella melodia alla quale mi spiaceva non riuscire a dare un titolo, né riuscivo a ricollegarla ad un ascolto recente. Ad un ascolto consapevole, s’intende, perché poi è anche possibile che l’abbia ascoltata alla radio proprio appena sveglio, o mentre mi vestivo con ancora metà di me nelle braccia di Morfeo.Un fatto certo è che non era un motivo nuovo.
Nel pomeriggio sono andato a scuola, ma non avevo molta voglia di ascoltare su Radio 3 la voce di Bonacelli che legge Oblomov; mi piace il libro ma non la voce, così , all’ultimo momento, ho raccattato dal tavolo un Cd ch’era lì, assieme ad altri, da molto tempo. Per la precisione credo siano tre anni che sta lì, e non affiancato ai molti altri secondo le regole dell’affinità di genere e con rispetto dell’ordine alfabetico. Un dischetto sfortunato, insomma, fatto in casa dall’esecutore e comperato per strada e per pochi euro nei dintorni di una chiesa gotica barcellonese. Gradevole ma non troppo amato.
Salgo in auto, metto la cinghia, infilo il cd, e parte il motivo che avevo in testa dal mattino. Questo:

Succede che un ricordo trascini l’altro, no? Non credo capiti soltanto a me.
Così, guidando, m’è tornata in mente una chiesa. Non quella di Barcellona, una di quelle che abbiamo qua.
Era il ’78, forse il ’79, c’era la stagione di Settembre musica, ancora in versione spartana e non nella formula attuale così lontana dalle origini. Bene, fu in quella chiesa che io ascoltai per la prima volta la Pavana di Fauré; ne sono certo. Capisco che possa sembrare strano, aver ricordo d’un fatto così distante e avere, invece, memoria così friabile sul titolo della melodia. Eppure è così. Fu in quella lontana occasione che appresi per la prima volta il significato del termine pavana, significato che mi era ignoto, nonostante i miei interessi musicali, anche per repulsione verso qualsivoglia forma di danza. Pavana. Da Padova.
Non era d’aiuto neppure Pàvana, toponimo allora pressoché sconosciuto, in quanto Guccini era Bologna, via Paolo Fabbri 43, al massimo Modena, l’amatissima piccola città bastardo posto. Le Cròniche epafàniche usciranno solo 10 anni dopo.

Se non fosse per quelle tre o quattro battute che avevo in testa stamattina, tutto quel che precede potrebbe essere falso. La pavana del ’78 o ’79 potrebbe essere stata quella di Ravel (che fu allievo di Fauré).
E poi chi lo sa, magari è un ricordo dei Jethro Tull:

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