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Ho letto un libro che racconta la storia di due fratelli o, per meglio dire, del fallimento delle loro rispettive vite, e così, per una serie di associazioni di idee che sarebbe lungo ed inutile squadernare qui, mi è tornata in mente una canzone che mi piace.
La canzone è la storia di tre ragazzi che forse in precedenza non si sono mai neppure conosciuti pur provenendo dagli stessi luoghi; tre ragazzi i cui destini si sono incontrati, dice il testo, dentro il carcere di san Vittore. Quel carcere che abbiamo conosciuto tanti anni fa nella canzone Ma mi, e forse anche visto nelle inquadrature de Il generale della Rovere.
La storia dei tre inizia in un imprecisato venerdì sera quando, provenienti da qualche paese del lago di Varese, giungono a Milano con la velleitaria ambizione di conquistarsi un posto in prima fila nella futura Milano da bere.
Il seguito proporrà molto sinteticamente, ma con splendide immagini verbali, tre vite differenti. Il primo dei tre è uno studente che partecipa ai movimenti politici del suo tempo e finisce col diventare professore all’Università. Il secondo adotta una professione per la quale non occorrono titoli di studio: gigolò, dice la canzone mutuando dal francese, una professione non molto diversa dal ruchetée di cui parlava Jannacci in: T’ho compraa i calzett de seda. Il terzo si arruola in polizia, molto probabilmente è un assiduo ascoltatore della famosa canzone sanremese di Faletti, e col tempo diventa guardia del corpo di un senatore. Poi le cose si mettono male, o forse, dice la canzone, vanno come dovevano andare, com’era destino che andassero; quel destino incrusaa a uncinett che porterà tutti e tre in carcere. Il professore possedeva un mitra nascosto dietro la libreria di casa, il gigolò inciampa (ma scapüsciaa è infinitamente più bello) in una donna sbagliata, forse proprio colei che gli nasconderà un sacchetto di droga nel cruscotto dell’auto, il terzo, infine, costretto a seguire il senatore anche in festini di dubbio gusto, picchia un assessore che aveva probabilmente offeso una puttana (il testo originale dice: pelanda, termine che, da non lombardo, ho imparato da Svampa traduttore di Brassens).
In conclusione, per fine pena o per buona condotta, tutti e tre si ritrovano sul sagrato del duomo di Milano. Una chiesa troppo grande nella quale forse non avevano mai pensato d’entrare e che magari li spaventa un po’; ma basteranno 40 passi, una candela accesa davanti all’altare di sant’ Ambrogio, una preghiera per il nonno defunto, o per Bob Marley in assenza del nonno, e la Madonnina, dice la canzone, sarà pronta ad ascoltare anche tre come loro.
Se non si fosse capito la canzone è questa: https://www.youtube.com/watch?v=eAcG0O2I9aQ
Riascoltandola ho scoperto che Daniele Ronda (musicista che non conoscevo e che si è esibito anche al recente concerto del 1° maggio a Roma) ne ha fatto una versione in lingua italiana, a mio giudizio una versione non riuscita, anche se lo stesso van de Sfroos ne canta un pezzetto.

Io sono cresciuto con le cover. Fin dalla notte dei tempi, quando Rita Pavone strillava: “Datemi un martello … lo voglio dare in testa a quella smorfiosa con gli occhi dipinti”, che era appunto la versione in italiano della ben più significativa e cospicua If I Had A Hammer. Conosco anche un poco le difficoltà relative alla ‘fedeltà’ delle traduzioni, in particolare quelle della poesia e, nel loro piccolo, anche quelle delle canzoni. Detto questo, e considerato che esistono naturalmente anche molte canzoni con traduzioni fedeli all’originale, mi pare di poter dire che forse questa canzone di Daniele Ronda (che fra l’altro si intitola Tre corsari) non è la versione in italiano di 40 Pass di Van de Sfroos, bensì un’altra canzone; assai meno bella, però. E non soltanto perché l’uso della lingua italiana finisce col sacrificare molte espressioni dialettali. Infatti, a parte l’accentuazione del tema religioso e l’uso della prima persona singolare nel ritornello, non si capisce neppure perché i tre siano finiti in carcere; insieme ad un’intera strofa vengono eliminati i 40 passi della ‘redenzione’ e i tre restano lì, incerti e increduli, nell’ombra che si crea fra il marciapiede e il Duomo, in un atteggiamento che mi pare in stridente contrasto con quell’inizio della terza strofa: “E adesso che votano, guidano e fumano e non han ritardi da giustificare”, frase che nel testo di Van de Sfroos non era neppure accennata, fra l’altro. Comunque sia, la versione è questa: https://www.youtube.com/watch?v=dn93SCB7yeM

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