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E’ naturale che ne avessi già sentito parlare (non a scuola, comunque), ma probabilmente il primo libro sul tema fu La ragazza di Bube, un Oscar Mondadori da 350 lire. Aspetta, ma la storia di Cate e di Corrado viene prima o dopo? Mmh, non lo so. Siamo lì, comunque, fra Cassola e Pavese, adolescenza alle spalle e senza ancora un futuro. Per i libri andavo a intuito: senza guida; quel che capitava leggevo e leggevo spesso.
Qualche anno dopo, quando avevo ormai imparato che la parola resistenza aveva un significato differente se scritta con l’iniziale minuscola o maiuscola, Ivan Della Mea cantò in un disco Se il cielo fosse bianco di carta; dalle Lettere di condannati a morte della Resistenza europea, dicevano le note di copertina. Scoprii così che c’erano due fratelli, uno dei due aveva curato quel libro, l’altro era il mio datore di lavoro. Il padrone, si diceva allora. Anzi, nei cortei quel cognome veniva abbinato a quello del padrone della Fiat, in un gemellaggio indiscutibile che li definiva entrambi ladri.
Quello del libro era Giovanni. Giovanni era amico di Gianni Bosio, che era amico di Della Mea (che proprio in quel disco lì ne celebra il ricordo con Se qualcuno ti fa morto), ma soprattutto fu presidente delle edizioni Avanti e, in tale veste, sostenne Il Nuovo Canzoniere Italiano e gli spettacoli che vennero allestiti. Tutti questi tasselli, comprese altre cose scritte, alcune anche per il cinema, naturalmente li allineai poco per volta e forse l’ultimo lo misi proprio mentre scrivevo la tesi su Luigi Nono. Ma su Giovanni Pirelli ha scritto bene e a lungo Cesare Bermani qui.
http://www.storia900bivc.it/pagine/editoria/bermani208.html

Avevo iniziato a parlare di Resistenza, ora ci torniamo.
Ero a Londra quando vidi per la prima volta dei punk dal vivo. Gli esordi dei Cccp, invece, avvennero in Germania (Berlino) dove ancora non ero mai andato, con qualche concerto anche dalle loro parti in Emilia (Emilia paranoica). Credo di non averli ascoltati per molto tempo e di essermi accorto di loro solo per una ragione extramusicale, il fatto, cioè, che avessero mutato in CSI il primitivo nome Cccp. Insomma: è probabile che prima di scoprirli nel video di Materiale Resistente, io sapessi davvero ben poco di Giovanni Lindo Ferretti, Zamboni e soci. Non fosse stato per un mio ex allievo (ora barcellonese) e per Ginevra Di Marco …, mah! è possibile che le loro prime incisioni non sarei mai andato ad ascoltarle.

Scorre il tempo inesorabile ed un giorno arrivo a Sorella sconfitta. Bellissimo titolo, belle le voci che già conosco di Nada, Lalli e Fiamma; tuttavia non è entusiasmo al primo ascolto. E così negli ultimi dieci anni poco o niente, perché le vicissitudini di Giovanni Lindo fanno molta più notizia  e nonostante poi venga a sapere che, oltre alla musica, Zamboni ha scritto anche dei libri. Niente fino a …, fino a L’eco di uno sparo.

Perché l’autobiografia divenga un genere per il quale si è disposti a sacrificare molto altro, occorre essere curiosi e soprattutto avere curiosità diciamo molto specifiche. Ecco: io sono quello.
Probabilmente anche Zamboni, che è appena più giovane di me, partì dalla Ragazza di Bube, da Pavese, da Fenoglio e dalle Lettere curate da Giovanni Pirelli; senz’altro aveva curiosità ed anche molto specifiche, ma in più aveva una storia oscura alle spalle ch’era quella di chi gli aveva regalato i suoi due nomi: Massimo, Ulisse. Una storia che imponeva uno svelamento, una storia ch’è storia d’Italia, storia di oppressi e oppressori talvolta con lo stesso sangue, lo stesso cognome, lo stesso cibo e lo stesso amore per la stessa terra come scrive benissimo lui. Ragioni personali, una questione privata, come cantavano i CSI in Linea gotica.

Un libro affascinante e difficile. Anche 70 anni dopo è ancora difficile da scrivere senza sollecitare nervi che ancora sanno stilettare dolore: Zamboni non cerca pacificazioni postume: sa bene da quale parte stare, ma ci dice altrettanto chiaramente che Pietà l’è morta è un canto che aveva allora, e soltanto allora, il suo contesto storico.

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