Sarebbe a dire: il mio padrino. Termine che, se non fosse per quel libro con copertina giallo-nera di Mario Puzo e poi per Marlon Brando, avremmo continuato ad associare ad un paio di cerimonie religiose, ma soprattutto ai duelli con pistola o spada dei tempi andati. In pieni ‘anni di piombo’ (ma questo non ha a che fare col titolo, è la mia solita memoria ricorrente), nelle sale cinematografiche ci piacquero assai I duellanti di Ridley Scott, ed anche una bella versione teatrale (con Romolo Valli) del pirandelliano Gioco delle parti, dove, ragionevolmente, toccava all’amante battersi per difendere l’onore della donna offesa, mica al marito!
Ma a proposito di onore e di duelli, come dimenticare le straordinarie pagine del Sottotenente Gustl, una tragicomica vicenda che anticipa nello stile il limpido e travagliato flusso di coscienza della Signorina Else. (Ed anche qui non è che siamo partiti per la tangente, la Else è in vacanza a Madonna di Campiglio e Gustl era comunque asburgico, come molti di noi su di là).
Perché su da noi padrino era: santolo. Anzi: santol, santolo è veneziano, veneziani gran signori, noi bellunesi siamo invece sbrigativi e poco loquaci, falciamo doppie e desinenze come fossero maggengo o erba spagna.
Non è che prima abbia citato Pirandello a sproposito, La famegia del santolo (famegia sta per famiglia, nel caso …) anticipa di un ventennio quel Gioco delle parti prima ricordato e, d’altra parte, su quel che succede in famiglia dietro i pesanti tendaggi dell’onorabilità (nelle case non c’è niente di buono, cantava Gaber) Pirandello era maestro.
Cesco Baseggio arrivò in TV che aveva già i capelli bianchi (mica per colpa sua, fu la TV ad arrivare tardi). Assomigliava in maniera impressionante al mio maestro delle elementari. Figura notevole se, dopo più di mezzo secolo, ho ancora memoria, non soltanto del nome e del cognome ma anche delle sue affascinanti lezioni di storia. Sull’aritmetica, invece, ci si fermò alle equivalenze, agli inutili miriagrammi e decalitri. Fu al tempo stesso un imprinting e un pedaggio che pagai alle superiori.
Ne La famegia del santolo Baseggio era Micel (Michele; come mio nonno). Un ottico pieno di sogni, come quello di De André, che ora fabbrica lenti per bambini strabici, ma che in gioventù aveva lasciato a casa la moglie per andare con Garibaldi (dev’esser stata quella volta cantata anche da Fusinato: il morbo infuria, il pan ci manca, sul ponte sventola bandiera bianca). Anita muore (è morta Anita sulla laguna …), Garibaldi s’arrende e Micel torna a casa senza soldi e senza gloria. Ha perso anche il lavoro. Per fortuna c’è un’anima buona: Giacomo (Me compare Giacometto), un imboscato sì, ma generoso, che apre i cordoni della borsa e aiuta il compare Micel ad aprire bottega, diventando in breve anche il santolo delle due figlie del Micel medesimo. Proprio un’anima buona, al punto che tutta Venezia, escluso Micel, sa della buona compagnia che Giacomo ha fatto alla moglie del garibaldino sfortunato. Storie vecchie, già finite venticinque anni prima, ma si sa: … la maldicenza insiste / batte la lingua sul tamburo … Se Micel fosse stato il pirandelliano Tararà si sarebbe affidato all’accetta, ma qui siamo a Venezia in mezzo ai borghesi: no se fa strepiti, e Micel è pronto ad andare un’altra volta sul lastrico pur di salvare il buon nome, pur di non perdere il rispetto del mondo. L’amore farà il resto.

Naturalmente, non fosse per certe sonorità lessicali, per un certo qual modo di intendere la vita, per qualche frammento di immagine in bianco e nero, sgranata com’erano sgranate le immagini in TV ai tempi delle commedie di Baseggio, tutto questo ha pochissimo a che vedere col fatto che, qualche giorno fa, è morto il mio santol, il mio padrino di battesimo.
Come ha poeticamente scritto suo figlio: si chiude un libro di 96 anni.

Questo, invece, l’ho comperato oggi

Annunci