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In paziente attesa del suo preannunciato post sui Settanta, intesi come anni (certamente “formidabili”, ma necessariamente incompatibili, ovvero incomprensibili dall’odierna “arena” televisiva, Mario), ci siamo letti questo, che quegli anni racconta. La Lipperini ne parlò bene a Fahrenheit (per quel che può valere) e il tema è fra i miei argomenti preferiti.

La foto di copertina ritrae una coppia danzante in un parco romano. Bella foto: pur teneramente allacciati entrambi guardano altrove. Sarà la voce narrante a raccontarci quegli sguardi, il loro incrociarsi e sfuggire, il ritornare a guardarsi e il morire.
Bisognerà subito dirlo che questi anni Settanta, così dichiarati in copertina e nelle recensioni, nelle pagine del libro, in verità, appaiono soltanto di sguincio e non potrebbe essere diversamente, in quanto l’intreccio della vicenda si sviluppa a partire dal giugno del ’77. Che sarebbe un po’ come far partire la Rivoluzione francese dal ’93, se mi è consentito (e senza neppure le feste e la musica). Inevitabile, pertanto, che il romanzo altro non sia che il mesto racconto di una sconfitta; sconfitta che (noi c’eravamo) abbiamo visto configurarsi in forme molteplici e che nel romanzo si presenta al protagonista maschile nei suoi panni più funesti, e tuttavia veritieri per molti ventenni del ’77. D’altra parte si poteva dare un respiro più ampio, meno tragico, alla narrazione, poiché non tutti loro finirono di fronte al bivio: carcere-droga.
Ma se le sconfitte politiche hanno cause con date precise, quelle personali possono collocarsi in qualsiasi momento. Non vi era alcuna necessità di citare le Brigate rosse o il rapimento Moro e persino il crollo del Muro, in ogni caso l’irresoluto e adolescente Giovanni sarebbe caduto; in qualsiasi altro tempo storico la modesta e innamorata Aurora sarebbe appassita con gli anni.
Così che il libro approda ad una sua credibilità soltanto dalla metà in poi, con la voce narrante che acquista autonomia, racconta ciò che vede e vive, non soltanto quel che le è stato riferito a proposito di un tempo che certamente fu anche molto diverso da come le è stato raccontato.

In tempo di Festival, questa (che non mi piace, ma nel libro poteva starci).

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