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C’è quel titolo: Aurora red e poi si parla della ruggine intesa come colore.

Il tema m’ha fatto subito pensare a un libro e successivamente al film. In verità mi ero incamminato per un sentiero sbagliato fin da subito: l’autore del libro non è colui al quale avevo pensato, ma un altro che non conosco. Sul film avevo invece qualche certezza e infatti esiste. Il regista è uno bravo, uno che ha fatto due o tre cose molto belle e molte altre che non fruiscono di buona distribuzione, I nostri anni (suo primo lungometraggio presentato a Cannes nel 2001), per esempio, è citato nell’ultimo libro di Santo Peli come “un vertice dell’asfittico cinema italiano dedicato alla Resistenza”. E’ un giudizio forse esagerato, ma il film era davvero ben girato, ed avendo al centro della narrazione una “fiammella che ancora brucia sotto le ceneri della Storia” ebbe la facoltà di liberare la mia immaginazione in un tempo assai più recente e più vicino al mio ‘vissuto’ di quanto sia stata la Resistenza. Ma lasciamo andare.
Ruggine non l’ho visto e non ho neanche letto il libro, però Vasco Brondi (Le luci della centrale elettrica) scrive canzoni che devono definirsi come minimo accattivanti, non so se si può paragonare a Francesco De Gregori (come ha affermato Marco Lodoli), ma scontrandosi con titoli come ‘La lotta armata al bar’, oppure ‘C’eravamo abbastanza amati’, o ancora ‘L’amore ai tempi dei licenziamenti dei metalmeccanici’ uno (uno come me) non può non ascoltarle.

Poi si può apprezzare o meno.
Per Ruggine Vasco Brondi ha scritto: ‘Un campo lungo cinematografico’.
Ma dicevamo del titolo: Aurora red.
Tantissimi anni fa, quando, a proposito di ‘centrale elettrica’, qui in periferia si innalzavano ancora i tralicci dell’alta tensione e tutto attorno erano ancora prati (sì, chiedo scusa, sembro un po’ Celentano) e strade sterrate accanto ad orti recintati, si organizzavano i tornei di calcio, anche serali. Le squadre avevano nomi di quartieri o di bar, più raramente di una qualche fabbrica intorno oppure un nome che richiamava un’origine oratoriale. Ero troppo piccolo per giocare assieme a gente che aveva dai 20 ai 30 anni, mi contentavo di osservare e di capire; per molto tempo però non mi seppi spiegare da dove venisse quella squadra che si chiamava Aurora. Ed anche quando venni a sapere che laggiù al fondo, fra i palazzoni finanziati col ‘piano Fanfani’ e le casettine mono e bifamigliari anni ’30 o ’40 era situato anche il ‘circolo comunista’ che sino ad allora non conoscevo, continuai a non saper darmi una spiegazione. Perché la mia ‘rotta’ incrociasse quella dell’incrociatore Aurora, quello che diede il via alla Rivoluzione d’Ottobre, doveva passare ancora qualche tempo.
Qui è l’Allegretto della Sinfonia n° 12 (Aurora, appunto), è del ’61. A quella data forse Sciostakovic aveva già dato il meglio di sé.

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