Previsioni. Quelli ‘nati sotto Saturno’ viaggiano con la bisaccia del pessimismo gonfia come una zampogna. All’ottimismo riservano una tasca ampia e profondissima, modello fra Galdino, ove ballano con disinvolta agilità tre o quattro idee di fondo.
E’ per il pane che lottiamo, ma anche per le rose (voce solista femminile con coro misto di rinforzo). Come sposare questo slogan – in verità verso di canzone quasi secolare – con l’indimenticata Melancolia di Durer (ma io sarei anche per optare una cernita fra alcuni dipinti di Lorenzo Lotto)?
Anzitutto ricordando che, se non sarà il pane a mancare – non ancora – le rose hanno un sacco di spine.
Rosa fresca aulentissima che appari inver l’estate / le donne ti disiano (ecco il perché della voce solista) pulzelle e maritate … Tutte balle di un cuore innamorato e traviato da influssi trobadorici giunti a Palermo per nave dalla lontana Provenza. La ripetitività un po’ noiosa della vita di corte trasfigurata in versi che percorrono l’Europa. L’Ottocento ne fu ammaliato, gli inglesi soprattutto, poi venne il ’48. (Nota politico musicale: nel secolo successivo, sempre in Europa, prima venne il ’68 e poi la canzone).
Spine. Anche l’agrifoglio, sotto il quale ci si bacia speranzosi, è spinoso; anche i pesci più gustosi, dicono. Se c’è una cosa che mi fa perdere l’appetito è diliscare il pesce. Un vecchio trauma infantile: mi si era conficcata in gola una spina e, chissà perché, mi portarono di corsa in cortile; va detto ch’ero ad un pranzo senza i miei genitori. Credo che la spina sia uscita da sé, senza neanche la necessità di capovolgermi a testa in giù, rimasero soltanto lo spavento (quello reale e quello indotto) e la metafora dell’avere un rospo in gola. Per carattere sono uno che lo sputa; prima o poi lo sputa.
Sputare il rospo, prima del rinato ‘baciare il rospo’ (che trasmigrò dalla favola all’editoriale del manifesto ai tempi di Dini), era linguaggio da fumetto o, meglio ancora, da romanzo noir, prima che il noir divenisse moda occupando stabilmente (lui e i suoi parenti) le classifiche dei libri più venduti.
Spine. Al singolare spina che, prima di essere un ovvio richiamo all’ambrata bevanda nordica ormai più diffusa della Coca Cola, proviene dal linguaggio militare. Spina è la recluta, il neofita, quello al quale i congedanti lasciano la ‘stecca’ (che non è quella affusolata del biliardo). Gergo caduto in disuso, però: il servizio militare non si fa più – non in quel modo – pur non essendo minimamente diminuite né le armi né il numero di quelli che le usano. C’è chi fa le bombe e chi le USA era scritto sul muro della fabbrica, proprio là dove ora ci sono le porte scorrevoli di Carrefour.
Ora si gira indisturbati con un kalashnikov per le vie di Parigi o per l’intera regione del Donbass.
Non c’è rosa senza spine dicevano un tempo le mamme alle figlie deluse in amore dai giovanotti che, memori di Ariosto, si facevan vanto di cogliere la fresca e mattutina rosa che “tardando, stagion perder potria”.
Ma è tutta roba vecchia, roba che noi, nati sotto Saturno, avremmo dovuto buttar via la notte di san Silvestro e che invece teniamo lì, come una rosa nel bicchiere.

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