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Pino Daniele. Sì certo, ho memoria degli Showmen e di James Senese e dell’incomprensibile idioma usato da Troisi, poi ricordo il gruppo Napoli centrale figuriamoci se non so di lui, anche se gli preferivo Teresa De Sio e la NCCP. Tra gli acquisti che precedevano il Natale la casualità di un libro: Je so’ pazzo. Pop e dialetto nella canzone d’autore italiana da Jannacci a Pino Daniele. Sfogliato senza eccessivo interesse, ma sta lì, vedremo. Uno di quei testi che compero solo io, probabilmente, (meravigliandomi, fra l’altro, del fatto che uno degli autori abbia pubblicato nel giro di un anno ben tre libri di argomento musicale – o paramusicale- essendo specialista in tutt’altro).
Pino Daniele in tour con Mannoia, Ron e De Gregori. Sì ho il CD: non esaltante. Il De Gregori che amo è un altro. E la Mannoia pure.
Capisco, comunque. Ci mancherebbe. Andarsene a 60 anni è ingiusto.

Il 2015 è iniziato con un po’ di fatica. Qualche buon pranzo, qualche giro in giro, anche boschi di castagni che desidererebbero neve e temperature che ignorano il calendario. Parenti amici e nipotini, molto tempo con questi ultimi, ragion per cui poco cinema e meno letture del solito. Un bel disco di canti e danze provenzali, del tutto fuori tempo visto che s’intitola Noel en Provence. Molto Petros Màrkaris, ironico e burbero quel che basta per innamorarmene e immergermi nella Grecia della crisi (la nostra stessa, sia chiaro, ma loro almeno hanno Tsipras e noi … una cinguettante assenza di prospettive).
Un po’ di ansia, anche. Eh! Dovrei essere un po’ più concentrato su quel che mi aspetta.
A proposito di Grecia, questa:
Parlo degli ultimi squilli di tromba degli eserciti vinti
degli ultimi brandelli dei nostri vestiti della festa,
dei nostri figli che vendono sigarette per la strada.
Parlo di fiori seccati sulle tombe e marci per la pioggia,
di case senza finestre sogghignanti come cranii sdentati,
di ragazze mendicanti che mostrano i seni e le ferite.
Parlo di madri scalze vaganti tra le rovine
delle città incendiate, di cadaveri ammucchiati per le strade,
di poeti lenoni che tremano di notte sulla soglia.
Parlo di notti senza fine quando la luce muore allo spuntar del giorno,
di camion pieni di gente e di passi sul fradicio selciato.
Parlo di ingressi di prigioni, delle lacrime del condannato a morte.

Ma soprattutto parlo dei pescatori,
che, abbandonate le reti, seguirono i suoi passi
e quando lui fu stanco non riposarono
e quando lui tradì non rifiutarono
e quando lui fu acclamato distolsero lo sguardo
e quando gli amici li coprivano di sputi e li mettevano in croce
loro sempre sereni imboccarono la strada senza fine
e non piegarono lo sguardo
Eretti e soli nella solitudine terribile della folla.

Come primo post dell’anno fa abbastanza schifo.
Va bè, in linea con la vita quindi.

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