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Qui si usa molto clochard (anche sulle pagine locali della Repubblica di stamane), molto meno homeless. Probabilmente per la vicinanza dell’esagono, per via che il francese fu lingua ‘colta’ almeno sino ai tempi di Pavese e di Fenoglio, persino il ‘Re galantuomo’ (che tuttavia preferiva il dialetto), Cavour, Brofferio, Alfieri …, tutti filofrancesi, insomma. Anche il gergo di fabbrica (nonostante la rivoluzione industriale avesse avuto oltre origini, come sappiamo) aveva un sacco di termini di origine francese. Comunque: tutta roba che non si porta più, come si dice da queste parti, soprattutto ora che le fabbriche han chiuso i battenti e noi si sta qui  a far turismo e cultura, con poco più di un pugno di mosche in mano ma discutendo sui posti di sovrintendente, amministratore della reggia, direttore di museo, etc;  competenza specifica sì oppure no? Mentre la domanda attraversa i salotti fra i vapori dei bolliti misti e gli agnolotti del plin (serviti in ordine inverso, naturalmente), l’idioma, comunque, non è più quello, tanto è vero che per i posti succitati si cerca qualcuno esperto in crowdfunding.

Rimane il clochard. Anzi, parecchi; parecchi più di prima, quando eravamo una città grigia con le ciminiere dritte al posto dei nuovi grattacieli firmati. A quel tempo vendevamo solo automobili e cioccolatini, il museo del cinema stava in un angolo del Palazzo reale (che nessuno visitava mai), Venaria era diroccata, per entrare all’Egizio non si faceva la coda e per comprare un vestito da festa (strana espressione ormai desueta) l’opzione era fra Marus, Standa e Rinascente. Oggi, se non ti mancano i soldi, qualsiasi genere voluttuario o di conforto lo puoi acquistare anche la domenica pomeriggio e persino il giorno di Natale.
Se hai i soldi.
Se oltre ai soldi ti manca pure una casa puoi esibire il titolo di clochard, parola che fa quello stesso strano effetto che faceva (allora, ai tempi della città grigia) l’uso della parola ‘mondana’ al posto di ‘prostituta’ o ‘puttana’. Quest’ultime erano escluse dai titoli dei giornali poiché, per i pochissimi che non andavano da Marus, Standa e Rinascente, la città grigia vendeva anche eleganza. L’eleganza (ipocrita) è rimasta.
Assieme ai barboni, ai senzatetto. Che sono aumentati, appunto.
L’altra sera, in una scuola materna vuota per le festività natalizie, un’associazione di volontari ha regalato ad oltre un centinaio di loro un pranzo: 3 o 4 antipasti, agnolotti di primo, arrosto con contorno, panettone, spumante e frutta secca. Di mio ci ho messo qualche sigaretta e un po’ di canzoni con una parte del coro. C’era veramente un po’ di tutto: italiani e no, anziani e no, maschi e femmine, chiacchieroni e taciturni. Affamati tutti.
Verso le undici son dovuti andar via alla spicciolata poiché i luoghi ove trovano riparo in queste notti di gelo (senza il bue e l’asinello) chiudono ad una cert’ora e se non arrivi per tempo ti restano solo i cartoni (se li trovi).
Noi siam rimasti lì ancora un po’, a cantare Bella ciao per i volontari.

(la canzone non ha molto a che fare, ma non è neanche del tutto fuori luogo).

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