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Che la cosa non possa andare a finir bene già si sa dal preludio; da quelle prime 16 battute iniziali, cui fa seguito un’anticipazione della celeberrima Amami Alfredo seguita da un lento diminuendo finale che ritroveremo al terzo atto.
Si può quindi restare un po’ sorpresi dal clima pettegolo e festoso che Verdi impone all’apertura primo atto, per la civettuola Violetta e per l’incantato Alfredo. Nulla qui ci fa pensare che, solo due anni prima, era il ’48, la primavera dei popoli, c’erano le barricate in strada.
Volendo, e in virtù di quell’occorrenza storica, potremmo ambientare la Traviata nella ‘Milano da bere’, quando le cortigiane non mancavano, né tantomeno la voglia di fugare le cure segrete nell’amico licor (è ben vero che nella Milano di quegli anni ben altre sostanze sostituirono vino e liquori, ma ciò non costituirebbe problema, io credo).
Ma disinteressiamoci ora degli amori di Alfredo e Violetta e delle meschine perorazioni del vecchio Germont; allontaniamoci da quell’altezzoso: “questa donna pagata io l’ho” declamato dallo stupido Alfredo (stavo per scrivere il cucciolo Alfredo, colui che aveva denti da lupo tradito, sempre per restare in tema di aggiornamento dell’opera); abbandoniamo la storia e la città: Parigi o cara noi lasceremo, la tua salute rifiorirà. Torniamo al brindisi.

Violetta non ha la tisi, come scrive Francesco Maria Piave; Violetta è una terrorista che vorrebbe essere ex, scampata, non si sa come alle retate degli anni precedenti e che ritrova nel clima di questa festa, negli occhi di Alfredo, per un attimo la gioia di vivere: Tra voi saprò dividere / il tempo mio giocondo / tutto è follia nel mondo / ciò che non è piacer. Poi, rimasta sola, l’assalgono i dubbi: Follie, follie / delirio vano è questo. E ancora, più tardi – troppo tardi ormai – proverà a pronunciare il suo Addio del passato. Inutilmente. Il vecchio Germont (che non è solo il padre di Alfredo, ma anche, all’insaputa del figlio, una sorta di ‘grande vecchio’ che vive in Provenza) l’ha ormai ritracciata, la ricatta e la costringe a tornare. Il destino di Violetta è segnato. Così alla misera che un dì è caduta, di più risorgere speranza è muta.
L’eco di quel brindisi s’è spento.
Per lei; non per quelli che passeranno di qua, ai quali auguro Buone Feste.
Con un’altra canzone

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