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Ho compilato un “Giornale di bordo”, raccogliendo in un file qualche post già comparso qui sopra e aggiungendovi alcune frasi estrapolate da qualche mail, al fine più che altro di utilizzare il tempo, e in attesa di capire se, spente le superflue Luci d’artista per le vie cittadine e celebrato un san Silvestro identico a molti altri, il coro (compagnia corale e drammatica suo malgrado) avrà ancora vita, vitalità e idee.
Il “Giornale di bordo” è compilato proprio come si usa oggi che l’editoria si fa in casa, con tanto di frontespizio, note a pie’ di pagina e i link di YouTube per le immancabili canzoni che accompagnano così spesso ragionamenti e vagheggiamenti miei.
Nel frontespizio ho messo due versi di canzone, quelli che mi son venuti subito in mente pensando al lavoro che mi accingevo a fare. Non c’entrano nulla col Natale, col Presepe, né col coro o con lo spettacolo che alla fine, bene o male, si farà.
Versi che vengono come sempre da lontano, stanno in una canzone che non credo neppure di aver troppo amato, canzone che proviene da un film che non so neppur dire se ho visto o meno.

Forse è una questione di voce.
Ci sono quelli come un mio ex collega che amano i controtenori; per ascoltarne uno che giudicano imperdibile sono capaci di prenotare sei mesi prima un concerto ad Amsterdam, collocato esattamente fra la fine di un’ora di lezione e il successivo impegno di un Collegio docenti. Le voci che prediligo io sono altre. Ed anche i motivi che me le fanno prediligere non sono univoci. Amo le donne che cantano, sia quando intonano banalissime storie sentimentali (quelle dei Baci Perugina), sia – ma qui va da sé! – quando intonano l’Internazionale. Se il tipo è il mio tipo, non faccio discriminazioni ideologiche.
Chi mi segue da molto (ma chi mi segue?) sa che dichiarai un tempo il mio amore per Carla Bruni (in particolare per un album di Carla Bruni), assolutamente infischiandomene del fatto che lei fosse anche madame Sarkozy, che fosse figlia di e sorella di. E’ quel tipo di donna unito a quel tipo di voce che mi affascina. E’ storia antica che andrebbe analizzata, forse, in quanto, già all’alba di questo millennio, parlando appunto della Bruni, mi capitò di incrociare l’ascolto del suo disco con il ricordo di una canzone che mi portavo nel cuore dal tempo dei miei calzoni corti.
Tous les garcons et les filles de mon age” esce infatti quando io non ho che 10 anni, eppure sta ancora lì, in un ripostiglio del cuore, in un cantuccio segreto della mia coscienza. Ciò non toglie che acquistato il libro di Francoise Hardy, che pure ha quel bel titolo à la Truffaut: L’amore folle, e lette le prime pagine, l’abbia poi accantonato quasi senza rimpianti. Quella voce, quell’immagine …, quegli anni là, forse, sono un’altra cosa. Rimango fedele a quelle.
La fedeltà assoluta non esiste, è anch’essa una sovrastruttura, un prodotto storico.
Se mi fossi innamorato della voce di Maria Farantouri all’epoca dei colonnelli greci *, quando lei, pur non bellissima ma interprete di straordinaria forza della rabbia musicale di quegli anni, portava sui palchi europei le parole e la musica di Theodorakis, forse oggi le sarei (come del resto sono) ancora fedele, nonostante la sua figura appesantita non lasci sospettare in nulla la giovane contralto occhialuta che cantava: “Ancora un poco e vedremo i mandorli fiorire”.
Ragion per cui, potremmo forse sbrigativamente concludere che, la fedeltà della quale sto parlando possiede una duplice valenza: etica ed estetica, e che quasi mai (neppure in architettura, anch’essa sottoposta alla corrosione del tempo) le due sono sovrapponibili. Pertanto la mia fedeltà alla Hardy è quella che corrisponde soltanto a lei che canta “Tous les garcons et les filles”, sentimento re-suscitato nel momento in cui la Bruni intona, per esempio, “Tout le monde”. Oppure, e qui andiamo davvero a chiudere il cerchio, quando in un momento di assoluta rilassatezza risalgono dalla coscienza profonda le note di “Des ronds dans l’eau”; anche se a quel punto sarà difficile discriminare quanto, nella forza propulsiva, competa alla Hardy e quanto alle parole di Memo Remigi (ché allora il francese mica lo sapevo!).

CERCHI NELL’ACQUA
Inizi la tua vita da un bordo di un ruscello
Hai sentito quei rumori che corrono tra i roseti
Che salgono dai sentieri, che affiorano dai boschi
Le pale del mulino, le campane di mezzogiorno
sottolineano con un sorriso la canzone di un uccello
Ti piaceva far cerchi nell’acqua
Oggi ti sballottano acque meno tranquille
Ti accanisci e vaghi ma l’amore dov’è?
L’ambizione ha le sue leggi, l’ambizione è un culto
Vuoi che la tua voce domini il rumore
Vorresti che ti amassero un pò come un eroe
Ma chi sa fare cerchi nell’acqua come te?
Tutti quei testimoni che vuoi portarti dietro
potrebbero benissimo davanti ai tuoi cerchi nell’acqua
prenderti per l’idiota, l’idiota del paese
che è restato là a far cerchi nell’acqua, a far cerchi nell’acqua.

*P.S. A proposito di colonnelli greci, leggetevi Si è suicidato il Che, di Petros Markaris; mi è piaciuto.

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