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Non è da molto che ho letto un’intervista con Manlio Cancogni; non ricordo se nell’inserto domenicale di Repubblica o se su Alias. Di lui conosco poco, quasi nulla, degli anni in cui, invece, registravo quasi tutto ricordo un titolo Allegri, gioventù, che vinse un premio (non so se Strega o Viareggio), ma non lessi il libro. A suo tempo, ho letto, invece, Gli angeli neri, un bel racconto sull’anarchia in Italia, partendo però da Pisacane e quindi anche un bel libro di storia. Fu amico di Bianciardi e ciò me lo rende anche più simpatico. Era soprattutto un giornalista, non solo scrittore, e una sua inchiesta intitolata: Capitale corrotta = Nazione infetta, pubblicata nel ’56 dall’Espresso, quello grande formato lenzuolo, fece storia, denunciando collusioni, malaffare e speculazione edilizia in atto nella capitale; ne seguì un processo (non il solo nella storia dell’Espresso). Lì per lì ricordavo fosse stata pubblicata su Il Mondo (poi ho controllato), rivista che comunque fece generosamente la sua parte con gli articoli di Antonio Cederna (fratello di Camilla – Pinelli, La strage di stato – e padre di Giuseppe – Mediterraneo ed altro, ma anche in tournèe con gli Yo Yo Mundi in 54 e in Resistenza). Erano altri tempi, altri giornalisti, altri intellettuali, che per muoversi non aspettavano la Magistratura e di quello stampo ne son sopravvissuti pochi. Intellettuali che non erano neppure tutti di sinistra, o che, comunque, non deducevano la linfa principale del loro engagement dagli scritti di J. P. Sartre, e tuttavia, persino in quell’Italia che stava tentando di far luce sul caso Montesi (tanto per rimanere nei dintorni della capitale), la coscienza civica era più alta (ed il Paese – come suol dirsi – più reattivo).

Della ‘banda della Magliana’, invece, per un po’ se ne occupò principalmente solo la cronaca nera, altri erano i fatti eclatanti strillati dai titoli dei giornali (almeno quelli che leggevo io). Soltanto qualche tempo dopo, attraverso le delazioni, le ricostruzioni, i processi, e i romanzi e i film vennero in luce alcuni legami fra criminalità ed eversione nera. Il resto è vicenda nota: su alcune storie di quegli anni si preferì stendere una coperta d’amianto a soffocare qualsiasi fiammella di verità, che non impediva tuttavia, saltuariamente, di lasciar trapelare qualche particolare sconcertante, tra confessioni ed autoassoluzioni più o meno opportune. Un periodo messo ‘in sonno’, insomma, tanto per utilizzare un linguaggio non lontano da quegli ambienti.

Nel tempo che intercorse fra la denuncia sull’Espresso e i nefasti della ‘banda’, vi fu chi scrisse: “Io so”, “So, ma non ho le prove”. Fu sufficiente la verità degli indizi che pronunciava, dei sospetti avanzati per assassinarlo, per condannarlo a morte cruenta e bestiale. Ma in quello scritto aggiungeva alcune righe che – mio malgrado – oggi vanno espunte, cancellate, bianchettate per non rimpiangerle ulteriormente e per non ascoltare ancora fastidiosissime palinodie: “non esiste solo il potere: esiste anche un’opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano. È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all’opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell’Italia e delle sue povere istituzioni democratiche. Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico”. Ovunque tu sia, Pa’, sappi che non sono scomparse soltanto le lucciole.

Tutto passa e il resto va.

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