Tag

Per assistere al mio ultimo concerto di Guccini avevo in mano carte da poker. Essendo l’unico, inflessibile robespierriano estensore dell’orario del corso serale, gestii per anni un dispotismo illuminato a petto del quale i suggerimenti di Voltaire per Federico di Prussia impallidivano per la vergogna. Fu sufficiente un sorriso alla mia collega più cara (con la quale ebbi, a parti invertite, lo stesso rapporto che c’era fra la Galiena e Silvio Orlando ne La scuola) e la sera dell’indomani fui al concerto. Un posto dall’acustica infame, ma Guccini non abbisogna di fiati e violoncelli e pertanto ci si accontentò. Erano i tempi di Lettera, del breve secolo morente (Hobsbawn aveva appena riletto le bozze) e del Muro ancora in piedi che attendeva l’ariete Trabant, il bacio fra Breznev e Honecker e i tanti altri murales della East Side Gallery. “D’amore, di morte e d’altre sciocchezze”, a parte la Lettera citata, non era il meglio che Guccini potesse regalarci, ed anche se Vorrei e Quattro stracci son due belle canzoni, le pene d’amore (nonché le gioie) non son mai condivisibili. Uscii un po’ così e mi comperai una T-shirt (quella con gli orologi).

Nel corso della serata, forse, ci aveva regalato, fra le altre, Keaton (da qualche tempo i testi non erano neanche sempre suoi, e nelle musiche s’udiva spesso la malinconia sudamericana di Flaco), una bella combinazione fra lui e Lolli, anche se quest’ultimo aveva tenuto per sé Alla fine del cinema muto ch’era decisamente un paio scalini sopra. Pensai che, fra libri e passaggi in tv, l’uomo si fosse un po’ stancato, e che difficilmente avremmo ascoltato un nuovo Mozart stonato che prova e riprova / e il senso del vero non trova (ma in compenso la nipote grande crebbe poi al suono della Locomotiva, di Eskimo, e porta ancor oggi il maglione sformato su un paio di jeans,  anche se non sale le scale ticchettando a passo di danza poiché predilige gli scarponcini).

Insomma: fu all’alba del nuovo millennio che ci consegnò definitivamente all’Autunno, al “confuso mistero dei tanti io sarò diventati per sempre io ero”. Oh! sì, ancora Che Guevara e Don Chisciotte, la rabbia dell’Addio, era la stessa di Cirano, ma già l’inverno de L’ultima volta si profilava all’orizzonte, netto e definitivo.

Naturalmente sorridevo ancora, dall’alto degli anni, alle Silvie beffeggianti, ma, nonostante le tante ore di scuola e qualche altra passione importante, mi accadeva spesso di pensare a quel “rodere sordo che cambia ‘io faccio’ e lo fa diventare ‘io ricordo’….”.

Annunci