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“Folk Beat n°1” lo comperai per caso in un negozietto che stava davanti alla stazione di Porta Susa. Credo si tratti dello stesso esercizio commerciale che poi, percorrendo due lati del perimetro, si affacciò per qualche tempo in via Cernaia prima di sparire. Con lui molti altri; oggi, anche comperare un disco, che non sia easy listening e fuori dalle classifiche, risulta difficile. L’altro giorno, da Feltrinelli, ho chiesto un CD di Ambrogio Sparagna: niente; di Loreena McKennit ne avevano solo uno; inutile cercare Theodorakis in qualsivoglia edizione (escluse le danze). In compenso dilagano metal e Hip Hop; Lang Lang e i dernier cri delle major.

Credo d’aver acquistato “Folk Beat n°1” perché il titolo del disco metteva insieme due passioni: l’una del momento, l’altra appena trascorsa. Il tizio di profilo, glabro e sfumacchiante non lo conoscevo ancora, anche se avevo ben in mente sia Auschwitz che Noi non ci saremo. Del resto conoscevo bene anche E’ dall’amore che nasce l’uomo e, naturalmente, Dio è morto, ma non so se per collegare canzoni-cantanti-autore impiegai solo qualche giorno, qualche settimana o, addirittura, molto di più. Passò sotto silenzio, invece, “Due anni dopo” (in attesa di ripescaggio), perché l’amore per il folk (di cui al titolo precedente) si era nel frattempo evoluto, o meglio: aveva allargato i propri confini, alla canzone politica vera e propria e a quella sorta di surrogato, non sempre disprezzabile, ch’era la canzone di protesta. Inutile star qui a far nomi, adesso.

Poi arrivò “L’isola non trovata” e lì, certo, non comperai a caso. Però non avevo mai letto Peter Pan, non fu quindi a causa del titolo; escludo sia per la foto in copertina; improbabile che fossi già stato a un concerto di Guccini (il primo che ricordo fu al Palasport, ma c’era già dentro la Locomotiva); probabile, allora, che la responsabilità sia della radio (Per voi giovani, forse?).

“L’isola non trovata” fu, prima di ogni altra canzone, Un altro giorno è andato; non nella cattiva versione che sta qui sopra (già incisa a mia insaputa due anni prima) ma in quell’aurea versione a due chitarre, dove Deborah Kooperman dice: Ancora e poi riprende l’arpeggio.

Da lì a comprare il libro di Salinger e poi a capire che Gozzano non era solo quello della Notte santa o del Loreto impagliato studiato sull’antologia, fu un attimo. Le altre canzoni mi piacevano quasi tutte, ma colsi soprattutto una ‘melodia’ di fondo presente nel Lp: cantare il tempo andato … Avevo solo 18 anni, ma avevo già individuato a quale ‘mito’ consegnarmi. Naturalmente Guccini non ha colpe. Fu un incontro.

Incontro intitolai la mia prima (e sola) raccolta di canzoni di quegli anni. E Incontro fu anche il pezzo più amato di “Radici”. Era il ’72, ormai si poteva entrare nel negozio di dischi per chiedere ‘l’ultimo di Guccini’, sicuri di trovarlo. La Locomotiva trascinava, ma su quel versante preferivo Pietrangeli e Della Mea; anch’io avevo una casa lontana ‘sul confine della sera’; ma quel che più d’altri molceva il core era: “noi corriamo sempre in una direzione / ma qual sia e che senso abbia, chi lo sa”.

Poi arrivarono gli altri. Altri Lp di Guccini (non tutti amati, ma c’era sempre una perla anche in quelli meno apprezzati) ed altri cantautori (De Gregori e Lolli su tutti, altri a turno). Canzoni amate, riascoltate all’infinito; oppure abbandonate e poi riprese. Bello, inutile, e tuttavia impossibile ripercorrere quegli ascolti, riascoltare quei percorsi con l’incanto della prima volta non si può più. Poi giunsi a quella che chiamano ‘classica’ e a molta altra musica ancora. E ancora Guccini stava lì.

“Opera buffa” diede, a chi non c’era stato mai, l’idea di quel che fosse un concerto di Francesco, ma credo che fra i suoi sia il vinile che ho consumato meno.

Con le “Stanze” eravamo diventati tutti gucciniani, sagaci glossatori dei testi e in quelle nostre serate non ci pareva davvero che la gente delle osterie fosse “tutta morta”. Invece aveva ragione lui, era solo una questione di età, ancora una volta di tempo (che passa). Allora erano giovani e vibranti, non avevamo ancora “rabbie antiche”. Ma il bilancio, quello vero, da condividere, arriverà quattro anni dopo con Eskimo, che prederà in classifica (la mia) il posto di Incontro, subito a ruota di Un altro giorno è andato.

L’81 è l’anno di “Metropolis”, ma anche l’anno della tesi su Nono che veniva al seguito di tantissima altra musica ascoltata e analizzata, lontano da Guccini e dai suoi temi. Camminavo senza ambasce sul mio ponte tibetano: a man dritta i cantautori, folk, politica e protesta a mano manca, a sostegno del corpo il resto delle note, dai trovatori a Berio.

Per un paio di sei mesi m’illusi di poter mettere radici e di riuscire a fermare il tempo; invece: “caminante no hay camino / se hace camino al andar” cantava Serrat sulle parole di Machado (incontrato durante la stesura del lavoro su Nono). Di “Metropolis” salverei senz’altro Bisanzio, quell’interrogarsi di Filemazio che mi ricordava il titolo d’un recente libro di Fruttero e Lucentini “A che punto è la notte?”. Anche se Shomèr ma mi-llailah? arriverà soltanto nel successivo Lp, dove” fra fossette e denti”, compare anche quel gioiellino di Autogrill.

Ma ormai Francesco si concedeva poco: un disco ogni tanto, poche canzoni per disco, qualche bel concerto che ripartiva sempre da S.F.

Altri amori ci saranno. “Ma il tempo, il tempo chi me lo rende?”

vedremo.

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