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Però, in fondo, nasce da .

Cosa mi dici della Polonia?

… Mah? gli Jagelloni ch’ebbero un bel territorio, in tempi lontanissimi; quando noi, qua sotto, pensavamo che bastasse scrivere una bella lettera, o intrigare nelle corti, come deprecava ser Niccolò. Ma poi … Woytila, Walesa, la trilogia “bianco-rosso-blu” di Krzysztof Kieślowski , il Danton di Wajda, una compagnia teatrale di Katowice ch’è venuta a Torino la scorsa stagione a fare “Cinema” (una sorta di film muto senza pellicola), un “Diario Polacco” di Luigi Nono, Chopin (che non ascolto mai) e poco altro. Anzi: “Diario polacco” ha due diverse stesure, una ai tempi di Gomulka, l’altra ai tempi di Jaruzelski.

Bé, poi, naturalmente, c’è un’altra cosa di cui dirò.

Ma qui il tema sorteggiato è: slavismo polacco.

Che sarebbe come dire: illustra le regole del bridge, dimmi a cosa serve il boma, dammi l’indirizzo di un buon albergo a Marbella.

E per quale oscuro motivo dovrei interessarmi di neopaganesimo? Non mi scosse l’antico, figuriamoci il neo! E allora …, risolvo a modo mio.

Questo neopaganesimo polacco pare abbia le sue origini nella seconda metà del sec XIX. Lontana l’era degli Jagelloni è un secolo duro per la Polonia, già smembrata o ridotta a simbolico stato cuscinetto fra le tre grandi: Russia, Austria e Prussia. Frattanto a Parigi, dove arriva esule nel 1830, Chopin compone Polacche e Mazurke – e soprattutto quello Studio op. 10 n. 12 (La caduta di Varsavia) – ma, fra G. Sand e l’etisia, non si lascia troppo coinvolgere dallo spirito romantico e dai nascenti nazionalismi.

Era stato però un francese (e il fatto che si chiami Casimiro potrebbe alludere a possibili lontane radici polacche), tal Casimir Jean François Delavigne a scrivere nel 1831 un testo in sostegno d’una delle tante cruente e sfortunate sollevazioni polacche (quella del 1831 contro la Russia, che prendeva linfa dalla rivoluzione francese dell’anno precedente). La poesia, intitolata “La canzone di Varsavia dell’anno 1831” rimase poi nota semplicemente come Warszawianka e sarà immediatamente musicata da Karol Kurpiński, un collega di Chopin meno noto di Federic.

Come da qui, dalla Canzone di Varsavia 1831, si giunga alla Varsovienne, inno sovietico dopo il ’17, sta scritto in rete e non è neanche granché interessante, se vogliamo. Se poi si è di quelli che di queste cose poco ce ne cale, altrettanto disinteresse vi sarà nel conoscere i passaggi dalla sovietica Varsovienne alla spagnola A las barricadas.

Un solo filo (rosso, naturalmente) lungo più o meno un secolo, e che dalla guerra civile spagnola è poi giunto sino a noi.

Noi. Si fa per dire. La cosa strana – poiché si tratta di un canto abbastanza diffuso nei canzonieri proletari d’Europa – è che son riuscito a trovare una sola versione italiana della Varsovienne. La incise Adriana Martino in “Cosa posso io dirti?” (un disco dei primi ’70). No, vabbé, c’è anche l’inno di Potere Operaio (Stato e padroni fate attenzione …) che riprende la Varsovienne sovietica, quella che passa alla storia col titolo di Warszawianka1905, e curiosamente ricordata come l’inno (o uno degli inni) della rivoluzione russa del 1905, l’anno della Potemkin. Di quell’inno (forse scritto da Oreste Scalzone) oggi Toni Negri dice: “Una specie di massoneria mozartiana, questo era Potop: e se per inno avevamo scelto una Polonnaise alla Chopin, tra di noi cantavamo il Don Giovanni”. (il manifesto, 21 maggio 1998).

Perché strano?

Nella prima metà del ‘900, ci saranno state sicuramente anche altre modalità perché un canto, nato in una precisa situazione politica e geografica, finisse con l’avere, in originale o in traduzione, una circolazione anche in paesi con idioma differente. Ma un momento particolare della storia, in grado di ‘facilitare’, per così dire, questa sorta di scambio culturale, è sicuramente costituito dal formarsi delle Brigate internazionali durante la guerra civile spagnola. La Varsovienne era già stata tradotta in tedesco, in francese, forse anche in inglese e certamente in spagnolo, come ho già ricordato. Perché non in italiano? La versione di Adriana Martino, infatti, non è altro che la traduzione di una delle versioni francesi, ma risale, come ho detto, agli anni ’70.

Questione, al momento, senza risposta.

Ultima annotazione. Fino a qualche anno fa, di Paul Robeson non sapevo assolutamente nulla, mi era familiare quanto lo slavismo polacco. Lo incontrai (con l’acquisto di un doppio CD) cercando notizie su uno spiritual che conoscevo: Sometimes I Feel Like a Motherless Child. In quei 45 pezzi contenuti nel doppio album non mi parve strano trovare, assieme a tante altre, Old Man River, del tutto inattesa, invece, fu la scoperta che Robeson aveva inciso anche il canto dei battellieri del Volga. Che la musica sappia costruire ponti è indubitabile, ma dal Mississippi al lungo fiume russo m’era parso un itinerario abbastanza inedito. Giunsi in breve alla conclusione che Roberson, oltre a ricevere il Premio Stalin per la pace nel ’52 (dopo Picasso, ma prima di Neruda e di Brecht, per dire), aveva anche inciso l’Internazionale, l’inno sovietico etc., oltre ad una serie di canzoni che uno come me frequentava abbastanza assiduamente: Joe Hill, Los quattro generales etc etc E naturalmente anche questa:

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