I LORD BRUMMEL DELLA CLASSE OPERAIA

martedì, 15 gennaio 2008

In fabbrica avevamo tre tipi di abbigliamento. Gli operai di manutenzione, quelli specializzati, indossavano la tuta blu. Quelli di produzione avevano in dotazione una tuta grigia, ma spesso vi rinunciavano in favore di un paio di jeans e maglione (o maglietta, secondo la stagione). Vi era poi una tuta bianca, più pesante delle altre, che veniva assegnata a coloro che avevano la loro stabile sede di lavoro nei reparti più sporchi (che erano anche più nocivi; in quella fabbrica si producevano pneumatici!), era la medesima tuta che indossavamo anche noi, meccanici, elettricisti e tubisti quando lasciavamo l’officina per fare manutenzione direttamente sulle macchine di quei reparti. Macchine complesse, il cui smontaggio completo avrebbe richiesto un lungo blocco della produzione. Talvolta indossavamo la tuta bianca sopra quella blu, quand’era il caso di uscire in corteo nelle fredde e nebbiose mattinate invernali fra Torino e Settimo Torinese.

Al mio primo corteo da operaio non s’era ancora spenta l’eco del ’68-’69, infatti ricordo d’aver scandito: Fascisti, borghesi ancora pochi mesi, e rammento anche un’eco di canti partigiani: Noi vogliam dio in camicia rossa e san giuseppe col mitra in man (Ne ho certezza: ero in via Roma, davanti alla sede de La Stampa).

Non ho, invece, un ricordo preciso dell’ultimo corteo (da operaio). Fui ancora in piazza con i miei compagni d’officina quella sera che Berlinguer parlò in piazza San Carlo (25 settembre 1980) dicendo: “Se gli operai, democraticamente, decideranno di occupare la fabbrica, il Pci sarà dalla parte degli operai”. Ma ormai da qualche mese ero diventato insegnante, senza rimpianti ma con qualche tristezza in più.

1969 autunno caldo1Per qualche tempo – ché ancora non c’erano né Coveri, né Dolce&Gabbana, né i tossicomani della griffe – i canoni dell’eleganza li dettammo noi. Eravamo i Lord Brummel della classe operaia. Sfilavamo per qualche Km lungo le vie del centro cittadino, generalmente sotto lo sguardo attento e consapevole dei torinesi a lato del corteo, l’80% dei quali aveva un parente stretto fra i manifestanti e ben sapeva che dalle nostre sorti collettive sarebbero discese anche le loro.

In questo momento non ricordo da quale dei miei libri ho scannerizzato questa foto, so per certo che i due qui accanto sono milanesi, o meglio: operai del mio stesso gruppo (si direbbe oggi) ma lavoratori della sede centrale, della Bicocca, insomma.

Da qui risulta evidente quel che intendevo ieri, parlando di tute blu e tute bianche, ma agli occhi dei più attenti fra i miei 25 lettori (25 ?) (Lui diceva di averne 25, io 5 si e no) non sfuggiranno i due diversi quotidiani che entrambi gli operai sfoggiano (sì, sì lo mettevamo in mostra) nella tasca della tuta. Segno inequivocabile, seppure parziale (manca almeno un terzo quotidiano lì), della dialettica interna al M. O.

C’è – c’era, naturalmente -, in questo girare per la città in tuta, nel fumare a braccia conserte in mezzo alla piazza, nel portarsi in tasca il giornale del proprio partito…, l’orgoglio di appartenenza. La convinzione d’essere – come diceva qualcuno – Classe generale. Il che significa (lo dico per il mio Studente, uno dei 5 lettori), che la classe operaia diviene classe generale quando riesce a convincere tutte le altre classi che, lottando per i propri interessi, persegue in realtà quelli di tutta la società in generale.

Ecco, qui, in questa foto c’è la dimostrazione che ci stavamo (quasi) riuscendo.

Oggi ho soltanto un allievo che, talvolta, viene in classe con i panni da lavoro. Anni fa ce n’era uno che si cambiava in macchina prima di entrare in scuola. Il resto… Coveri o Dolce&Gabbana.

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