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– Hai presente questo?

– Eh! “la musica andina che noia mortale” cantava quello.

– Proprio lui, quello che ruppe il sodalizio con Roberto Roversi su un paio di canzoni forse troppo comuniste, a suo giudizio. Noia condivisa da quell’altro, quello che, come Ciccio Franco in cima all’albero di Amarcord, strillava: Voglio una donna”, aggiungendo che il suo ideale era che fosse (candida, immagino) come Biancaneve o almeno “noiosa come una canzone degli Inti Illimani”.

– Tutto sommato, direi che non avevano torto; anche se il primo fu forse troppo impulsivo nel gettar via bambino e acqua sporca; ma va capito, era il ’77, se n’erano andati gli andini ed erano comparsi gli indiani, no?

– Metropolitani sì; mentre per il secondo vi è certo qualche ragione profonda a noi sconosciuta se, vent’anni dopo i fatti (e le note scandite e i pugni chiusi) gli vien fuori una rima così: sette nani / Inti Illimani. Comunque io qualche loro disco l’ho comprato. Qualche canzone mi piaceva, e non solo loro: Violeta Parra, Victor Jara …

– No, dai! Te requerdo Amanda, la calle mojada … Già era triste per il solo fatto che ‘sta povera ragazza corre sotto l’acqua verso la fabbrica. Sembrava un film neorealista in bianco e nero, ma noi già avevamo la Tv a colori. Non so se ti ricordi.

– E come no! Se è per quello avevamo ancora anche le fabbriche. E gli operai, naturalmente. E c’era persino qualcuno che si interrogava sul ‘che fare’. Qui e ora, come si dice. “d’acord col ‘Venseremos porchè se venseràa’, ma nualter chi in zona che cosa gh’emm de fàa?”. Comunque questo l’ho preso per pochi euro, pensando che stesse meglio fra i miei che lì, sotto i portici a prender polvere, nelle mani di chi non sa neanche di averlo.

Perché ti spiego. Sulla stessa bancarella avevo appena comperato un libro per la mia compagna, so che le interessava, il libro di uno che verrà qui in città fra qualche giorno a presentarlo in un ennesimo evento (secondo il trend: chiudi le fabbriche e apri i festival), un tale molto più bravo a conversare che a scrivere, secondo me, comunque si vedrà. Poi vedo il disco. Lo sollevo, lo giro, leggo e il proprietario mi fa: se vuoi ne ho altri degli Inti Illimani. Evito di fargli notare che questo è dei Quilapayun, non vorrei mi rialzasse il prezzo considerandolo una rarità. Vado dal suo socio e pago. Ma ‘el pueblo unido’ la cantavano gli Inti Illimani dice lui, questi chi sono?

Va bè, son ragazzi, fra i trenta e i quaranta, che ne sanno? Tocca spiegare.

E’ vero che quando ho detto 11 settembre 1973, loro non han fatto né sì né no, ma che al momento del golpe di Pinochet gli Inti stavano a Roma e i Quilapayun erano in Francia, questo l’han capito.

https://soundcloud.com/francesco-bratos/ivan-della-mea-el-barbisin

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