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Amaro 18 titola il manifesto di oggi. Ed è con prime pagine come questa, nella loro costante e malinconica attenzione verso ciò che tristemente muore, che quel giornale ancora mi seduce quasi tutti i giorni, perché le altre, va detto in verità, hanno spesso il fascino d’una vecchia consorte in ciabatte e vestaglia della quale – ovvio – si è ancora innamorati … solo per abitudine.

Quanto agli amari, no. Pochissima passione per loro. Giusto qualche sorso di Jagermeister quando trascorsi un inverno in grigioverde lassù in quella città-caserma lungo il Passirio; l’Amaro Lucano l’ho sempre lasciato a fascinosi veterinari; il Punt e Mes nel suo segreto amalgama non è neppure così amaro, mentre il Ramazzotti non può non richiamare a tutti noi i nefasti anni ’80 e la “Milano da bere” con tutto il diluvio che ne seguì.

No, niente amari, preferisco la grappa (morbida) e odio i “limoncelli della casa” che arrivano puntuali al termine di quasi ogni pranzo pubblico o casalingo, spesso incongruenti alle vivande servite in precedenza.

Carina era la pubblicità dello Jagermeister (sull’Espresso c’era sempre una pagina, mi pare) ed anche quella dell’amarissimo che fa benissimo, con quel sigillo da “uomini veri” ch’era il guanto d’acciaio sbattuto sul tavolo.

L’amaro 18 (forse insieme all’amaro Cora) fu invece il primo ad attraversare il mio immaginario. Possedeva, in più, quella precisazione: IsolaBella, località ancora sconosciuta che, invece, quando mi fu nota ebbi motivo di credere che avevo avuto pienamente ragione nel non pensare neppure per un istante di paragonarla a Mompracem.

Erano i tempi e i colori (grigi) di Carosello. Eccolo qua:

Bé, per lungo tempo avevo sempre pensato che l’unica versione italiana della canzone di J. Brel Le plat pays, fosse l’indimenticabile testo tradotto da H. Pagani Lombardia. Canzone che am(av)o (e suonicchiavo pure) per un sacco di motivi, non ultimo la mia passione per il ciclismo che accomuna i territori del Dio di Roserio al paesaggio belga raccontato da Brel. Per via di Cantacronache e altro, naturalmente ero anche a conoscenza di una diversa versione scritta da Duilio Del Prete: La bassa landa, ma non ebbi mai la possibilità d’ascoltarla sino a pochi anni fa. D’altro canto, a parte Amici miei e numerose altre piccole partecipazioni cinematografiche, in qualità di cantante Del Prete era un po’ come Edmonda Aldini (ritrovata recentissimamente su You Tube in una magnifica interpretazione delle canzoni di Theodorakis, che confina in un angolo la Zanicchi), piuttosto ai margini della cultura che passa sui media. Nel 2002, a quattro anni dalla sua morte (e a venti da quella di Brel) usci per Ala Bianca un doppio CD con le sue traduzioni di molte canzoni dello chansonnier belga.

Per questa rievocazione, pertanto, grazie ad Alberto Lupo allora; anche se le parole che lui intona nel Carosello non mi paiono esattamente le stesse.

No, non sono andato fuori tema. In fondo, Carosello terminò la sua vita negli anni ’70, gli anni in cui io scoprii Cantacronache, Del Prete (I sette fratelli Cervi), Theodorakis e tante altre cose che ora stanno qui ad affollare la memoria.

Il 1970, l’anno della legge 300, dell’articolo 18. Sono tutti qua, i ricordi, simili a congiunti, amici e conoscenti radunatisi sul sagrato in attesa del funerale.

Nell’attesa cantano a bassa voce.

ma quand la canta lee

in mèzz al rebelòtt

ghe basta ona canzon

e mì … son bèll e còtt!

(versione a mio avviso bellissima, che deve un po’ a tutti: a Brel, a Pagani, a Del Prete …, persino a Nanni Svampa toh).

PS Questa, invece, mi piace meno ma va aggiunta all’elenco

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