Il “volo dell’Aquila” iniziato sotto i migliori auspici ed unanime esultanza (o forse anche lì, da Marsiglia a Grenoble e poi a Parigi, si trattò soltanto del 40% di coloro che filo bonapartisti già lo erano?) si concluse drammaticamente nei dintorni di Waterloo cento giorni dopo; nonostante l’epica esclamazione di Cambronne con la quale il generale si consegnò alla Storia (anche se poi ritenne di non dover rivendicare l’attribuzione, essendo sopravvissuto al massacro e consorte di una lady). Ma Merde! alors, qualcuno, più d’uno, a Waterloo lo esclamò sicuramente, essendo questa tipica espressione francese, della quale io stesso ho un ricordo collegabile ad una fotografia che immortala un mio sguardo di malinconica perplessità, senza occhiali e con una fisarmonica giocattolo in mano.

Costui, invece, fra un proliferare di cinguettii che ridurrebbero un gatto sazio all’isteria ed una leccatina di gelato, si presenta in conferenza stampa per chiederne 1000. Mille giorni, che equivalgono più o meno a tre anni.

Molto più consapevole della precarietà dei sentimenti e della fallibilità delle previsioni, in quel meraviglioso tempo di trasformazione che furono gli anni a cavallo fra il decennio ’60 e quello successivo, Caterina Caselli oscillava incerta fra cento giorni di felicità e i possibili cento anni, ma là si trattava soltanto di risolvere una questione di metrica entro una bella canzone. In quegli anni il futuro del Paese sembrava consegnato, ancora per un tempo indefinito, ai nonni dell’attuale premier e dei componenti il suo governo. I quali, talvolta, ancora se ne ricordano: è successo proprio all’inizio dell’estate che un ministro citasse Fanfani quale guida illuminante per il percorso del proprio padre (ed evidentemente anche per se stessa). D’altra parte se vai spargendo gramigna non puoi mietere grano, disse quello, e così le occasioni giornalistiche più rilevanti, inerenti quel ministro, sembrano essere, oltre a Fanfani, la sua vita privata e le fotografie del suo costume da spiaggia.

Cento giorni, cento ore, o forse / Cento minuti mi darai.

Arrivavano nel prato davanti alla scuola durante il Carnevale, o verso la fine dell’anno scolastico? Direi la seconda perché mi ricordo il sole, mah? Sostanzialmente c’era un baraccone col tiro a segno, un’altalena volante, di quelle che giravano in tondo, dove il primo che strappava il fiocco vinceva un giro gratis e poi c’era la pista per l’autoscontro. Ogni giro una canzone, quindi tre minuti o poco più per inseguire e tamponare quella con le trecce di seconda che saliva soltanto se accompagnata dalla sua amica. E lì passavano tutti: La notte di Adamo, i Cento giorni di Caterina, e poi i Rokes, l’Equipe e persino Peppino di Capri che urlava a Speedy Gonzales di smetterla di bere e di tornare a casa (ma lo gridò così tanto a lungo che, quando Speedy tornò finalmente a casa io immagino non ci sia più stato nessuno). Situazione rovesciata, ma simile nell’epilogo a quella narrata in una canzone più o meno coeva da Roberto Balocco. Balocco era uno che all’epoca non sapevo neppure che esistesse; non so se l’ho già detto, ma la prima canzone di Balocco che incontrai fu quella del piccolo delinquente torinese messo in carcere coi partigiani col compito di spiarli e che, proprio lì, ha un sussulto di dignità e muore senza aver fatto la spia per i fascisti. La canzone che ricordavo prima, invece, prende spunto da un fatto vero: l’arrivo a Torino del circo di Buffalo Bill. Il colonnello Cody passò per Torino nell’aprile del 1906, fu in quel frangente, in quei pochi giorni, che Rosina chiese a Tonino il favore di portarla a vedere il circo. Non vuoi fare un favore alla donna che ami? Andiamo, su. La conclusione alcolica di quel femminile capriccio la trovate qui sotto.

Dice: va bé, è una sciocchezza, canzone da piola, da ubriaconi che diventano naturaliter misogini.  Può essere, ma qua a Torino ‘sta storia di Buffalo Bill ha lasciato un segno. Passarono gli anni e, Enzo Maolucci, uno che si era laureato con una tesi sui Beatles avendo come relatore Massimo Mila (mica uno qualsiasi!) e che, qualche tempo dopo,  da ubriaco (pure lui) aveva poi clamorosamente contestato, fra il gelido aplomb della borghesia colta torinese, l’esecuzione di un pezzo di Stockhausen al Conservatorio; uno che era andato ad insegnare in periferia in quella che, in un suo disco di successo, chiamò L’industria dell’obbligo; uno che aveva cantato i Barbari e i bar della Torino post-sessantottesca, quella Torino che non è New York, …, insomma lui riprese la canzone, che solo in quell’occasione scoprii non essere stata scritta da Balocco, e la eseguì così

Per tornare a noi e al numero dei giorni, va ricordato che anche Buffalo Bill era un poco imbroglione; quanto a me “avevo pochi anni e vent’anni sembran pochi / poi ti volti a guardarli e non li trovi più”. E finiamo con una bella canzone

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