Robecchi lo leggevo sul manifesto, mi piaceva e pensavo che il suo “passo” fosse quello del corsivo, per questo quando uscì “Questa non è una canzone d’amore”, pur affascinato dal titolo tentennavo sull’acquisto. Un romanzo? Di uno che scrive le sciocchezze che recita Crozza? Bah!

Mi sbagliavo, e non solo per la colonna sonora dylaniana che attraversa le pagine e le strade milanesi. Una bella storia, non mi pare esatto il richiamo a Scerbanenco (meglio così), ma a Viola (Beppe), Jannacci e Colaprico (con e senza Valpreda) mi pare debba qualcosa. Voto 7/8

Era giugno. Il mese dopo andai al mare e mentre i nipotini facevano il sonnellino pomeridiano potevo fumare e leggere in attesa del collegamento col Tour de France. La cittadina possiede qualche villino d’inizio secolo, un muretto oggi non più a la page e un paio di librerie. Tutto il resto è come lo canta(va) Califano. In una delle librerie, messo lì apposta perché lo comprassi, c’era “Vacanze in giallo” (nel frattempo ne avevo terminato un altro trovato in casa ancora intonso, una storia di vendette partigiane scritta da un giudice, edizioni Fratelli Frilli, però). “Vacanze in giallo” lo acquistai soprattutto per Robecchi, ch’era uno degli autori, gli altri non li conoscevo, tranne la spagnola Giménez-Barlett della quale avevo letto un solo libro trovandolo noioso. Stavolta, invece, le parti si rovesciarono: la spagnola mi piacque e Robecchi molto meno, anche se conservava quello stile brillante, quell’ironia di sinistra (c’è un’ironia di destra? Evidentemente no, ma esistono più sinistre) che già m’era piaciuta nel libro precedente.

(Nel frattempo faticavo a portare a termine “L’armata dei sonnambuli”, ma fortunatamente mi imbattevo casualmente in due libri più vicini al mio “sentire”, storie fra ETA e guerra civile: “Nero di Spagna” e “Morte di un nazionalista”. Con quel genere di testi si respira un’altra aria, ma torniamo a noi, ai Sellerio).

Con “Vacanze in giallo” (voto 7) scopro Malvaldi, Manzini e Recami. Manzini mi presenta il vicequestore Rocco, la storia è insipida ma lui è interessante, lo ritroveremo. Recami, invece, ci presenta Amedeo Consonni (un bel cognome che a me ricorda il Testori del “Dio di Roserio”, qui, però, il ciclismo non c’entra e neanche la scrittura va a paragone). Amedeo è in vacanza e si barcamena fra nipote, fidanzata e figlia, sufficientemente intrigante l’intreccio. Bello, invece, il racconto di Malvaldi con Massimo gestore del BarLume, poco frequentato al momento perché i quattro pensionati, clienti fissi, sono in vacanza ad Ortisei.

Tornato a Torino compero sulle bancarelle “Capodanno in giallo” (voto 7/8 ). Malvaldi, Manzini e Recami sono sempre lì. A dire il vero mi pare che Recami continui a girare intorno alla stessa storia e ne avrò conferma leggendo “Il caso Kakoiannis-Sforza” e poi ancora “La casa di ringhiera”, “Gli scheletri nell’armadio”, al punto che non ho molta voglia di iniziare “Il segreto di Angela” (Angela è un personaggio presente in tutte le altre storie) perché penso di conoscerlo già (il segreto). Insomma, voto complessivo per Recami 6. Se, però, nella bulimia (di cui al post precedente) ti capita di imbatterti ne “Il ragazzo che leggeva Maigret”, sarà per l’inaspettato abbandono della casa di ringhiera (che fa da sfondo a tutte le avventure di Amedeo Consonni), sarà per il volersi misurare con Simenon, qui il Recami lo si apprezza un po’ di più.

Abbiamo detto che il personaggio di Malvaldi è Massimo, barista separato dalla moglie con un nonno impiccione coadiuvato da altri pensionati nullafacenti, ma non è solo così. “Odore di chiuso”, infatti, è un giallo ambientato in Toscana, una Toscana di fine 800, a pochi chilometri dai cipressi di Bolgheri e con un Pellegrino Artusi in visita di cortesia e alla ricerca dei sapori antichi (voto 8). Si torna al BarLume, invece, con “La carta più alta” e con “La briscola in cinque” (voto complessivo (7/8).

Antonio Manzini è quello che mi piace di più. Meglio: il vicequestore Rocco Schiavone è quello che preferisco, in fondo, fra tanti dilettanti, è l’unico che fa il suo mestiere. Ne “La costola di Adamo” e in “Pista nera” si scopre che Rocco è vedovo, ha un passato un po’ ingarbugliato (ed anche per questo è stato trasferito ad Aosta dalla natia e mai abbastanza rimpianta Roma), continua a camminare sul filo del rasoio, ma quando meno te l’aspetti lui risolve. (voto 8).

E poi abbiamo Molesini. Il suo “Non tutti i bastardi sono di Vienna” (voto 9) vinse il Campiello nel 2011, me lo regalarono dicendo che, incrociando il libro, avevano pensato a me. Mi piacque così tanto che lo regalai a mia volta. Ora qui sul tavolo mi attendono “Presagio” e “La primavera del lupo” ambedue ambientati a Venezia.

Infine. Fra un Sellerio e l’altro mi son anche letto l’ottimo “1914” di Luciano Canfora e poi “Morte di un uomo felice” di Giorgio Fontana. Con quest’ultimo si ritorna a tematiche che mi sono affini più degli investigatori improvvisati del BarLume e dei vicequestori in punizione ad Aosta, ma per quanto il libro sia corredato da una fascetta di presentazione firmata da Benedetta Tobagi, non sono uscito da quella lettura perfettamente soddisfatto; è un bel libro ma l’impianto ideologico non mi convince. (voto da meditare).

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