Mi fa accomodare e naturalmente comincio io.

Ho letto un considerevole numero di “gialli” o di “noir”, com’è che li definiscono ora non lo so, insomma: un bel po’ di quei libri che costituiscono il reparto più consistente e visitato delle odierne librerie. Sembrano un po’ tutti fatti col medesimo stampo (d’altra parte il genere un poco lo prevede), così che il mio grado di apprezzamento, in questa modalità quasi bulimica di lettura, finisce col concentrarsi più sugli sfridi che sull’oggetto in sé.

Sfridi?

Se son fatti con lo stampo è ovvio che trattengano tracce del punzone che li tranciò, e lì si può forse cogliere l’abilità del narratore e anche un po’ dei suoi pensieri meno espliciti.

Sono anche un po’ stanco di commissari (ho imparato che si dice vice questore, però) tutti uguali. Spesso la replica aggiornata, e credo anche molto apprezzata da un pubblico femminile, del vecchio Bogart (mettendo nel conto anche Casablanca, evidentemente). Hanno tutti fidanzate lontane o mogli defunte o molto defilate, in compenso godono dell’affiancamento a poliziotte giovani e di brillante carriera da osservare con occhio morbido, e di colleghi spesso molto stereotipati accompagnati da questori, medici legali, giornalisti altrettanto arcinoti per il loro modus operandi. Questi commissari hanno studiato e ogni tanto se lo ricordano, poiché il loro eloquio oscilla spesso fra una rara citazione colta e un più frequente “cazzo” (con le dovute varianti lessicali e regionali) che non si nega a nessuno. L’ultimo che ho incontrato si fa pure le canne e ne ha qualche motivo, ma dubito che il suo autore riuscirebbe ad ambientare un’ indagine del suo eroe in val di Susa (TAV) o a Genova 2001 (già fatto anche questo, comunque).

Dubito che stia prendendo appunti. In ogni caso non parla.

In verità vorrei spiegarle questa bulimia.

Forse mi capitò anche nel passato, ma ci feci meno caso, invece in quest’ultimo anno mi sono accaduti due o tre fatti molto simili, che mi han dato da riflettere sul fatto che forse è sempre andata così, anche quando i miei tempi d’ozio erano molto meno dilatati e la mia attenzione altrove concentrata.

Ma no, non è che io voglia spiegarle la bulimia, è compito suo, lo so; lei però sa altrettanto bene che io cerco sempre di darmi delle spiegazioni, no?

Tranquillo, prosegua pure. Ci conosciamo da un sacco di tempo.

Già (e la cosa non mi rassicura per niente) … ; ho scritto delle cose in quest’ultimo anno. Robe anche apprezzate, pubblicate. Un saggio, un testo teatrale, una recensione …, più le cose che son rimaste lì …

nel cassetto

(bè, sta a vedere che adesso ti dico che ho un blog! Così te lo andresti a spulciare e mi daresti ancor meno attenzione di quella che ti pago qui ogni tanto)

Nel cassetto sì.

Il punto è che dopo questi, chiamiamoli così, successi, persino inferiori alle lodi e agli entusiasmi momentaneamente suscitati, nessuno più mi cerca o, quando lo fa, il feeling non funziona più.

Ci sono altre ragioni, e allora i casi andrebbero esaminati uno per uno, ma se esiste un minimo comun denominatore … (dove cazzo vado a cacciarmi, io che non so niente di aritmetica …)…

?

No, chiedo a lei. Esiste un minimo comun denominatore?

Un attimo fa ne sembrava convinto. Stava per dirlo.

Non ora e non qui, come direbbe Montalbano a Livia se gli capitasse inaspettatamente in ufficio.

Va bene. Ci vediamo la prossima volta.

Non mi piace Agosto. Una volta non era così, ma poi si caratterizzò sempre di più come la fine di qualcosa; ed io ho sempre più timore della parola fine.

Facciamo Settembre, allora, ma … si metta a dieta.

? ? ?

Torni a leggere Shakespeare, Omero, Proust. Inarrivabili e non le creeranno ansie.

Le lascio una poesia che forse apprezzerà, sia per i suoi richiami all’ attualità che per via delle sue consuete fughe nel passato musicale.

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