Se devo dire la mia sul tempo, dirò che non mi dispiace perché oltre i 25 centigradi comincio a patire, dai 27 in su sudo da fermo. Sudo soprattutto dalla fronte, come biblicamente ci venne imposto, ma senza neppure muovere un muscolo, ormai, per guadagnarmi il pane. E’ sempre stato così. Parlo delle mie reazioni al caldo, beninteso, mentre invece mi capitò anche spesso di guadagnarmi il pane durante il mese d’agosto. In tal caso facevo le ferie a luglio. Sul lavoro tamponavo la sudorazione legandomi un fazzoletto attorno alla testa, un po’ come Robert De Niro ne Il cacciatore, ma poiché tutto ciò avveniva anche prima del ’78 è fuor di dubbio che, eventualmente avessi voluto un’immagine cui somigliare, questa non era da ricercarsi nella scena della famosa roulette russa, bensì in Tiger Jack, col quale avevo in comune oltre alla fascia la scarsa loquacità. Tex, capitan Miki, Blek Macigno (ch’era quello che preferivo per via di quel filino di Storia che faceva da sfondo alle sue imprese) per la verità erano ormai lontanissimi ricordi, anche se non sono mai stato un appassionato lettore di fumetti e benché a quell’epoca acquistassi regolarmente Linus (Bristow, la Bretecher …) ma principalmente per gli articoli. E mica solo Linus; fin dall’età della ragione sono stato per la carta stampata quello che le tarme e i tarli sono per un cassettone dimenticato in soffitta, animaletti che non fanno differenza fra un Luigi XV, un barocco piemontese, o l’opera anonima di un Giuseppe qualsiasi che tira di pialla.

laurent-figon[1]Laurent Fignon col quale avevo in comune gli occhiali e anche un po’ di studi, quello che nell’89 perse un Tour per una manciata di secondi da Greg Lemond (un american a Paris, titolarono tutti senza eccessivo sforzo di fantasia), anche lui correva con una fascia tergisudore; anche Borg, mi pare, ma il tennis non l’ho mai seguito (ho scoperto solo molto recentemente qui che Ilie Nastase era un personaggio niente male), preferivo altri sport, oltre al ciclismo il mezzofondo: Steve Ovett, Fiasconaro, … Juantorena (ca va sans dire).

Fa caldo, molto caldo, come si diceva nei film americani degli anni ’50, anche a Gaza. E lì non servono fasce tergisudore e men che meno appaiono sufficienti gli elmetti rivenduti “nel gran bazar di Ismajlovo” come scrisse Evtushenko. Fa caldo in troppi luoghi, vicini e lontani, come diceva Nunzio Filogamo, perché noi si abbia diritto di lamentarci del clima quasi equatoriale che ormai da qualche decennio assedia la penisola.

Turn, Turn, Turn C’è un tempo per tutto cantava Pete Seeger;

A time to build up, a time to break down A time to dance, a time to mourn A time to cast away stones A time to gather stones together

e forse, anche, a time for peace.BtuM3CjIgAAwXut[1]

 

 

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