Bon, fatta anche questa.

Gli ultimi, quelli che avevo lasciato in quarta e che mi avevano regalato persino una targa con dedica avvolta nel velluto blu, son passati stamattina. Pasticcini e spumante per festeggiare la maturità.
Gli esami orali, da quell’estate che ci fu un calore insostenibile e soprattutto da che entrarono in voga le tesine multimediali, li abbiamo sempre fatti nel seminterrato dove fa più fresco, monopolizzando i laboratori. E un poco di tristezza, risalendo col pacco ceralaccato dei verbali e delle prove scritte verso la segreteria, l’ho sempre provata: – Loro se ne vanno e tu rimani a ripetere l’anno, ancora una volta. Come sempre.
Stavolta è un po’ diverso: son risalito senza il pacco, ma con un magone un po’ più voluminoso. D’ora in avanti avran ragione tutti gli ex colleghi che deprecavano: – Ma cosa fai qui? Sei in pensione!
Non avrò più scuse.

Canzone che non c’entra per niente, sia chiaro, non fosse per il titolo.
E’ un po’ come quando son stato, recentemente, alle Cinque Terre. Marciavo velocemente avanti a tutti dentro le gallerie umidicce verso la luce che si intravedeva al fondo; son quelle infantili dimostrazioni che l’età non ti pesa. – E mo’ che sei arrivato?

Perché, naturalmente, non è che non abbia mai pensato in precedenza che tutto ha un termine. Lo sa chiunque, non occorre leggere libri per questo. Anzi: puoi compulsare l’intera Enciclopedia Britannica, come quel personaggio di E. L. Masters (Il matto, in De André), e non avrai, nel merito, una sola certezza in più di Venerdì prima che incontrasse Robinson.
Se tutto va secondo canoni normali, la signora con la falce la incontri una volta, quando porti ancora i calzoni corti e, per l’occasione, una maglietta di quelle che metti solo la domenica. Poi te ne scordi. O meglio: hai di meglio da fare. Ma come in quella antica favola che Vecchioni rubò per mettere parole al ritmo incalzante di Samarcanda, è lei che torna. E non è invecchiata. Lei, no.

E’ come un esattore delle tasse, puntuale e spietato come quelli che Luis Mandrin assaltava in alta Savoia ai tempi di un Luigi XIV o XV o XVI, non so (quanti Luigi!, scrisse Prevert ne Le belle famiglie, “gente che non ha saputo contare neanche fino a venti”).
A proposito di Mandrin, ricordo una bella canzone di Beppe Chierici e di Daisy Lumini (il Lp si intitolava: Questa seta che filiamo, ed Cetra, Folk), ma su You Tube non c’è, tocca accontentarsi di questa esecuzione un po’ pallosa di Ivo Livi, toscano noto in Francia e poi nel mondo come Yves Montand. Comunista e innamorato. La signora con la falce si occupò prima di Simone Signoret e sei anni dopo, quando era giunto ai 70, arrivò per lui. (non che sapessi tutte queste date, ho controllato tanto per farmi un’idea). La canzone, comunque, è questa.

Questa, invece, è Daisy Lumini:

lei cercò di arrivare in fondo prima del tempo (e non era una delle gallerie delle Cinque Terre).

No, no, ma mica sono triste. Un po’ incazzato con la vita, sì.

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