1) Comincerei dal fatto che siamo coetanei. La nostra classe (tit. orig. Nasza Klasa) qui eseguita da Alessio Lega è una canzone di un cantautore polacco, sfortunatamente caro agli dei che, con la complicità di un cancro alla laringe, se lo ripresero nel 2004, a 47 anni. Dice Wikipedia che Jacek Kaczmarski, questo il nome del cantautore, fu la “voce” di Solidarnosc, e per questo mi piacerebbe indagare se fra le musiche del recente film di Wajda (Walesa L’uomo delle speranza) c’è qualcosa di suo, anche se così, ad orecchio, direi di no. Non son stato neanche lì tanto a tentar di capire se la canzone sia stata scritta prima o dopo il famoso agosto del 1980; mi piace il significato complessivo, l’idea di un bilancio fatto da coetanei (la nostra classe, più o meno), sui sogni d’una generazione, in un diverso angolo del mondo dove il sole dell’avvenire era soltanto un gelido proiettore da teatro che paralizzava l’alba d’ogni speranza. Mi piace anche la coincidenza derivante dal fatto che la canzone é stata scritta (o cantata) proprio mentre io scrivevo la mia tesi su Luigi Nono, che dal canto suo, proprio fra l’80 e l’81 andava componendo il Diario polacco n°2, che certo suscitò allora più di una perplessità nel Partito. Credo di ricordare, ad esempio, un dissenso abbastanza schietto di Luigi Pestalozza, amico di Nono, ma anche critico musicale sulle riviste ufficiali di un PCI allora in forte disagio.

2) Wajda ha costruito buona parte del suo film su Walesa a partire da una vecchia intervista che Oriana Fallaci fece all’elettricista dei cantieri di Danzica. E allora mi è venuta in mente questa storia.

“Conosceva della Fallaci qualcosa, e quel poco – in gran parte condizionato da tutta una serie di (…)” Adriana Martino, Sotiris Petroula.

3) Ma torniamo ai giorni nostri. C’è in giro uno spettacolo che non ho ancora visto, un reading con accompagnamento musicale, su un testo di Daniele Biacchessi, un giornalista che sa scrivere e che al gusto per l’indagine affianca principalmente l’attenzione per la memoria e per il teatro civile (che è una delle mie passioni). Per quanto ne so, il testo dello spettacolo, pubblicato da Laterza, racconta la storia di Giovanni e Nori (cioè di Giovanni Pesce, comandante partigiano, esponente di primo piano dei GAP a Torino e a Milano, e di sua moglie); una storia un po’ datata dunque, buona per i pochi cultori del genere e forse indirizzata anche ai ragazzotti dei centri sociali, sempre avidi di conoscere particolari di una storia che si tramanda spesso come leggenda, mettendola difficoltosamente insieme per gocce e frammenti. Il testo della canzone Sai com’é, qui eseguita da Marino Severini, è di Claudio Lolli che, tanto per ritornare un attimo al punto 1, nel ’76-‘77 mi aveva sfavorevolmente sorpreso con quel verso: “e Luigi Nono è un coglione” contenuto nella sua, del resto bellissima, Anna di Francia.

4) Una cosina più leggera. Sandokan alla riscossa fu forse il primo libro che acquistai con i miei soldi. Mance acquisite andando in giro a far commissioni, per lo più in banca o all’ufficio postale, perché nessuno avrebbe mai sospettato, in quegli anni ’60, che un 12 – 14enne andasse in giro con un sacco di banconote in tasca. Quando Sandokan arrivò anche in Tv con gli occhi da tigre di Kabir Bedi erano già trascorsi un bel po’ di anni, avevo già una barba simile alla sua, capelli un poco più corti e da un bel po’ ero già passato ad altre letture. Ma rivedendolo casualmente continuai, come già m’era successo da bambino, ad apprezzare Yanez più della Tigre della Malesia; la sua apparente freddezza, il suo sorriso, la sua ennesima sigaretta. E non è solo per il ricordo di quel lontano acquisto che della canzone di Davide van de Sfroos m’innamorai fin dal primo ascolto in una serata del Festival di Sanremo. Quel Sandokan che aveva imparato a “pilotare le infradito” e quei dayaki che, abbandonato il kriss malese, ora facevano danni con l’I-Phone, marcavano con spietatezza il mezzo secolo che mi separava da quelle prime letture veramente mie, accompagnandomi, come Tremal Naik, verso il “dondolo de la pension”. E’ un peccato che quel dialetto lacustre, che pure è la forza di molte di quelle canzoni, sia forse troppo ostico al di sotto del Po, perché Davide Bernasconi ha scritto cose anche più profonde e interessanti di questa Yanez, triste e disincantato ritratto di tante nostre spiagge.

5) Dal lago di Como scendiamo ora giù per lo stivale fino in Sicilia; anche se a Pippo Pollina, che ha messo le note ai versi di questa Versi per la libertà, per diventare famoso è stato necessario risalirla la penisola e poi abbandonarla per emigrare, lasciandosi alle spalle la redazione de I Siciliani di Giuseppe Fava, senza mai dimenticare, tuttavia. Riuscendo, anzi, a tenere assieme in un numero ormai cospicuo di canzoni l’origine mediterranea, la mitteleuropa, la canzone francese, il dramma dell’emigrazione forzata, il Cile di Victor Jara, la nostalgia per gli anni ‘70 e la strage di Ustica.

6) E dalla Sicilia ora vela verso est: Salonicco per un breve cenno ad una mia non più troppo recente, ma radicata, passione musicale. Nazim Hikmet è l’autore di questo testo musicato da Thanos Mikroustikos e cantato da Maria Dimitriadi: Angina Pectoris

 Se qui c’è la metà del mio cuore, dottore,

l’altra metà sta in Cina

nella lunga marcia verso il Fiume Giallo.

E poi ogni mattina, dottore,

ogni mattina all’alba

il mio cuore lo fucilano in Grecia.

E poi, quando i prigionieri cadono nel sonno

quando gli ultimi passi si allontanano

dall’infermeria

il mio cuore se ne va, dottore,

se ne va in una vecchia casa di legno, a Istanbul.

E poi sono dieci anni, dottore,

che non ho niente in mano da offrire al mio popolo

niente altro che una mela

una mela rossa, il mio cuore.

E’ per tutto questo, dottore,

e non per l’arteriosclérosi, per la nicotina, per la prigione,

che ho quest’angina pectoris.

Guardo la notte attraverso le sbarre

e malgrado tutti questi muri

che mi pesano sul petto

il mio cuore batte con la stella più lontana.

Per capire “Cina” e “Grecia” bisogna precisare che era il 1948, Hikmet stava in carcere da 14 anni dovendone scontare 28 con l’accusa di comunismo e attività sovversive. Dopo l’infarto al quale si accenna nella canzone venne amnistiato nel 1950, anche grazie alla pressione internazionale promossa fra gli altri da Picasso, Sartre, Neruda e Tristan Tzara, ma fu poi costretto all’esilio che trascorse in gran parte in Russia. Comunista lui, comunista la cantante e comunista (con giovanili simpatie maoiste) anche il compositore, che fu anche, per qualche tempo, ministro per la cultura in Grecia dopo Melina Mercouri.

7) E prima di lasciare la Grecia, sulla quale potremmo musicalmente soffermarci a lungo, ascoltando le canzoni della Resistenza o quelle scritte durante il periodo dei colonnelli, un ultima bonus track musicata da Theodorakis nel 1962, cantano due delle “voci” del compositore greco: la già citata Maria Dimitriadi e Giorgio Dalaras.  Il testo di Giorgos Seferis s’intitola Rinuncia:

8) Torneremo in Italia fra breve, ma intanto quell’accenno alla Resistenza e ai colpi di stato militari mi ha fatto venire in mente di fare un salto in Spagna. Moltissime e parecchio note le canzoni della Guerra civile, naturalmente, molti anche i cantautori e le belle voci, ma la prossima canzone ha una storia particolare, che mi venne in mente di approfondire quella volta che decisi di scrivere un raccontino su un tale che un certo giorno sparì dalla circolazione per andare a “colpirne uno per educarne cento”. Da quella guerra non ritornò vivo, e purtroppo qualcuno pensò a lui come ad una sorta di eroe. Si la bala me da (La despedida)

Il testo originale di questa canzone, appartiene però a Josef Luitpold Stern, sembra sia stato scritto nel corso della prima guerra mondiale, non saprei dire se sul fronte dolomitico o sull’Isonzo, poiché l’ebreo austriaco e socialista Josef risulta presente su entrambi, pur essendo contrario alla guerra come si evince da alcune poesie di carattere antimilitarista (non meno che da questa, seppure in versione spagnola). Altrettanto importante risulta la sua attività di giornalista, scrittore e di responsabile dell’educazione a Vienna nell’ambito politico della socialdemocrazia, sino al 1933. Fugge quindi in Cecoslovacchia e di là in Francia e poi in Spagna. E’ possibile che alla data dell’arrivo in Spagna la sua poesia Abschied (Addio) fosse già stata musicata, poiché il compositore ungherese Bela Reinitz era stato costretto a lasciare Budapest nel 1920 dopo la caduta del governo di Bela Kun, rimanendo a Vienna sino al 1931, quando ritorna in Ungheria. L’incontro fra il poeta e il compositore, entrambi simpatizzanti per il movimento operaio, è perciò altamente probabile ma non provato. E’ quasi d’obbligo, tuttavia, pensare che la canzone sia giunta in Spagna con un testo in tedesco, e che qui sia stata tradotta (anonimamente?) in spagnolo col titolo La Despedida (La partenza). Non è però da escludere, d’altra parte, che ad eseguire la canzone in Spagna, con testo tedesco, sia stato il suo interprete più noto, vale a dire Ernst Busch, attore e cantante amico di Brecht e di Piscator, il quale si trovava in Spagna il 29 ottobre del 1938, quando le Brigate Internazionali vennero sciolte anche su pressione della Società delle Nazioni, scioglimento (partenza, despedida) che avvenne dopo una parata imponente per le vie di Barcellona.

9) C’è un gioco che faccio ogni tanto fra me e me, consiste nel cercare di ricordare in quale occasione ascoltai per la prima volta una certa canzone; lo scopo sarebbe quello di mettere ordine in una sorta di autobiografia musicale, finalità di nessun valore, probabilmente, o ennesima mascheratura di artigianale autoanalisi (credo assomigli un po’ al metodo di Svevo che lasciava scritte qua e là le inutili date delle sue “ultime sigarette”).

Anche per le canzoni relative alla guerra civile spagnola ho tentato questa pratica senza troppo successo. Probabilmente non è vero (in quanto avevo già ascoltato qualche brano dai Cantacronache), ma ho deciso che l’interesse verso quel genere di canzone cominciai ad approfondirlo dopo aver ascoltato e riascoltato Ringhera, che non è solo una delle più famose e struggenti canzoni di Ivan Della Mea ma un vero e proprio pezzo di Storia cantata. Da allora scoprii che, fra il ’36 e il ’39, giunsero in Spagna, anche al seguito delle Brigate Internazionali, melodie da ogni parte del mondo e da lì ripartirono, dopo la sconfitta, in versione originale o modificata per dare nuova linfa a quello che oggi si definisce combat folk internazionale.

Questa Si me quieres escribir, canzone dalle molte versioni nata addirittura durante la guerra fra Spagna e Marocco, è qui eseguita dal Brossa Quartet de Corda che è una delle mie più recenti e felici scoperte.

10) Moustaki, probabilmente, in Italia lo scoprimmo nel ’69 con Lo straniero, ben pochi sapevano, credo, che era anche l’autore del testo di Milord, per esempio, scritta per Edith Piaf e interpretata in italiano da Milva. Piano piano, anche in Italia dove la canzone francese è stata sempre amorosamente accolta in una nicchia per pochi addetti ai lavori, scoprimmo la poesia di Moustaki, la sua malinconica vena anarchica diversa da quella più cinica di Brassens, la sua disponibilità alla contaminazione, il suo essere profondamente immerso in un humus mediterraneo. Credo che la fusione di questi elementi stia in uno dei più bei brani scritti da questo cantautore “meticcio”: Mediterraneo, qui interpretato in catalano dalla sua amica Marina Rossell.

11) Avevo detto di tornare in Italia, eccoci. Se non fosse per averla ritrovata fra le righe di una sorta di autobiografia di uno che trascorse qualche mese della propria infanzia sulle ginocchia di Renato Curcio, questa canzone sarebbe rimasta solo una fra le tante di Jannacci, alcune molto belle, altre meno riuscite ma, complessivamente, tutte un po’ lontane dalle mie scelte abituali. E invece …, eccola qua, una canzone El me indiriss che mette insieme un tempo del quale mi ostino a ricordare quasi soltanto la felicità (ben sapendo quale diversa lettura ne avrebbero dato i miei genitori e parenti) e il ben diverso clima dei primissimi anni ’70, durante i quali scoprii il mondo tutto insieme: musica, politica, impegno, ideologia, mentre attorno a me s’andava assottigliando il margine fra criminalità politica e comune (è il caso dell’autobiografia citata qui sopra, ma anche delle vicende legate alla banda Cavallero sulla quale dirò più avanti).

12) Restiamo a Milano. E’ naturale che una parte della “nostra classe” sia cresciuta con i cantautori: la quantità d’offerta era straordinaria e spesso anche la qualità. Da alcuni di loro accettavi qualsiasi “pezzo”, su altri centellinavi e disquisivi; perché in realtà l’alternativa fra apocalittici e integrati, pur senza aver letto Umberto Eco fino in fondo, era forse rimasta una sorta di canone estetico prioritario, per cui non si poteva stare che o di qua o di là: il tarlo del dubbio non ci rodeva ancora. Vecchioni, per esempio, non era mica sempre facile da collocare, così ondivago fra Sanremo e le citazioni da professore del liceo classico, fra CHE Guevara e Malindi. Ma ora che la pensione ci colloca (con licenza di Shakespeare) nell’autunno del nostro scontento, una canzone come Viola d’inverno, che un tempo avremmo ignorato, ci sembra un bel modo di guardare serenamente ad un futuro che, tuttavia, ipotizziamo lontanissimo.

13) Per ricordare De Gregori ci sarebbero un sacco di canzoni, e per ciascuna un sacco altrettanto colmo di ricordi. A partire da “Cesare perduto nella nebbia” che ascoltavo in un juke-box sulla spiaggia di Gaeta (poiché Alice – incredibilmente! – partecipò al Disco per l’estate nel ‘73), essendo forse il solo in quel frangente, grazie alla mia torinesità, a sapere chi fosse Cesare, per proseguire con le altre, sino a Sempre e per sempre, un inno alla fedeltà non soltanto amorosa.. Ma a parte il CD inciso con Giovanna Marini e un gruppetto di altre canzoni sparse nei vari album, è con Caterina che De Gregori mi permette di motivare meglio come andò componendosi il puzzle della mia passione musicale. Quegli accostamenti eterogenei fra i ‘rispetti’ della Bueno, il ‘tempo andato’ di Guccini, il ‘flower power’ di Scott Mc Kenzie e l’inelegante voce incazzosa di Ivan Della Mea; folklore, canzoni e canzonette, insomma. La canzone scritta da De Gregori è bellissima, ma qui preferisco l’esecuzione di Maurizio Geri alla chitarra e voce con Riccardo Tesi all’organetto.

14) Per la prossima traccia 500 Miles una piccola storia.

“Alla richiesta di ricordare una delle sue primissime impressioni musicali, M. ha tentennato (…)”

E poiché tutto quel che riferisce il “dottore” qui sopra in fondo mi era già noto da un pezzo, ho provato a scavare più a fondo trovando conferma al tout se tient che tanto mi piace.

500 Miles apparteneva, come s’è detto al folk americano. Ma i primi a riproporre quel brano non furono i miei tanto amati Peter Paul & Mary, bensì un altro trio: the Journeymen, a me sconosciuto sino a stasera. Il trio, e qui viene la gatta al lardo, era composto da Dick Weissman al banjo e voce, da Scott McKenzie (che tanto ci piacque in quell’inno che celebrava la Summer of Love: If you are goin’ to san Francisco) alla chitarra e voce, e da John Phillips, anche lui chitarra e voce, poi componente dei Mama’s and Papa’s (California dreamin’, You remember?). E sempre perché nulla si perda e i ricordi s’intreccino in un tessuto stretto, caldo e resistente come neppure un plaid Lanerossi d’antica fattura, si aggiunga che, nel loro primo disco, realizzato nel 1961, gli Journeymen incisero fra le altre Kumbaya (che noi ascoltammo poi dalla prima Baez europea e un pezzo dal titolo Fenario che noi scoprimmo forse per la prima volta cantato dalle voci di Simon e Garfunkel con un titolo diverso. Era il celeberrimo Peggy-O, nell’album Wednesday Morning, 3 a.m.

15) Peter Paul & Mary avevano in repertorio una delle canzoni che sta nella Hit Parade del mio cuore, una delle pochissime, assieme all’Internazionale, da ascoltare – se ce ne sarà il tempo – poco prima che l’archetto della Viola d’inverno precedentemente citata inizi la sua danza. La canzone è: Where Have All The Flowers Gone. Canzone celeberrima con molteplici esecuzioni, da quella originale di Pete Seeger, ai molti gruppi vocali americani o inglesi, a Nana Mouskouri, giù giù fino a Gigliola Cinquetti e a Marlene Dietrich. E naturalmente senza dimenticare Joan Baez, colei che, forse, ce la cantò per la prima volta nella sua tournée italiana del ’67.

16) Altra piccola storia.

“Cortina era già Cortina, da un pezzo (freddura di scarsa rilevanza). Le Olimpiadi invernali, infatti,”

17) “Per qualche tempo – ché ancora non c’erano né Coveri, né Dolce&Gabbana, né i tossicomani della griffe – i canoni dell’eleganza li dettammo noi”. Gang, Sesto san Giovanni.

18) “Per testimoniare il fatto che il vento del ’68 (Blowin’ in the wind) aveva investito la scuola come uno tsunami ante litteram, furono Arbore e Boncompagni a (…)”. Michele Straniero, La revolution.

19) Siamo al finale; nel senso che lo spazio di un CD è naturalmente inferiore a quello della mia memoria, così ogni volta che compilo questi ricordi musicali giungo al termine dicendomi: – e questa? e quest’altra? Perché restano fuori?

Ma in fondo è un gioco, nel quale solo apparentemente vince la tecnologia. La memoria ha il passo del maratoneta. Leon Gieco, La memoria.

20) Un altro difetto di queste mie compilation è che quasi sempre pescano in un lontano passato. Lo sguardo su quel che è stato non è più tanto di moda, ed io passo per essere un nostalgico (se va bene) oppure per un noiosissimo e triste laudator temporis acti. Sembra più facile sostituire le etichette, cambiare i nomi dei partiti; ci si sfila una vecchia cravatta e si è subito lì, pronti per le magnifiche sorti e progressive, scriveva Leopardi.

Qui provo a rimediare, la canzone è del 2010. Khorakhané, Non ho scordato.

21) C’è ancora in giro qualcuno, però, che insiste (fino alla noia?) nel non voler smettere di ricordare. E così è davvero finita. Ismael Serrano, Papà, cuéntame otra vez

 

 

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