Per molto tempo, mi sono coricato tardi la sera.

Naturalmente sia il presto – contenuto nel famoso incipit – che il mio tardi appaiono senz’altro misure suscettibili di interpretazione; d’altra parte, se ben ricordo, per richiamare Morfeo lui soffiava su una candela, mentre io premo un pulsante di una stilosissima abat-jour a luce neutra.

Va da sé che questa differenza d’orario, con la quale tentiamo entrambi di avvicinarci placidamente ad una quotidiana e ripetuta perdita di coscienza temporanea, non è che la più infima delle differenze fra me e l’uomo che soffiava sulla candela, ma d’altro canto è anche l’unico possibile terreno di confronto, laddove si voglia giustamente trascurare, non essendo caratteristica solo a noi due peculiare, che entrambi leggiamo prima di addormentarci e continuiamo a “leggere” nel sonno.

Il mio andare a dormire tardi era determinato dal mio tempo di lavoro: prima in fabbrica e poi, per molti anni, in un corso serale. Lui, invece, ci provò solo un paio di volte e, mi par di poter dire, senza troppa convinzione, prima in uno studio notarile e poi in una biblioteca. Tanto di guadagnato per la letteratura. Senz’altro, ma Kafka, per dirne uno, invece …

Veniamo a noi. Mi coricavo tardi perché lavoravo in fabbrica, e quindi mi pareva doveroso recuperare una parte del tempo perduto (ma su questo aggettivo presumo che potremmo trovare sia tenaci accordi che feroci disaccordi) tirando tardi la sera.

“Vedo gente, faccio cose” diceva la ragazza seduta accanto a Michele Apicella. Ecco: il tempo, tanto per contestualizzare, era quello lì. Magari io ero un po’ meno dispersivo di lei ed anche un po’ meno ansioso di “vedere gente” (per quanto …: trascorrevamo pur sempre gran parte del nostro tempo buono nella “piazza, bella piazza”). Ecco, sì. La musica, a tal proposito, faceva certamente parte del mio “faccio cose”; niente collanine, o oggetti in cuoio, né canne. Comunista old style, che si concedeva quale unico e friabile terreno d’eresia caute esplorazioni musicali e letterarie anche in partibus infidelium.

Ora: se c’è una cosa che veramente mi appassiona, al punto di scivolare talvolta nel solipsistico piacere di inventare storie, è il sapere quel che è successo dopo. (Apro qui una brevissima parentesi: se “presto” e “tardi” sono, come s’è detto, suscettibili di relatività assoluta, il “dopo” a cui mi riferisco estende le sue radici nello spazio-tempo di un ventennio circa, al termine del quale c’è un eterno, immobile “adesso”, che per pura e semplice facilità di comprensione possiamo far coincidere con una data, oppure un luogo o un imbastardimento del linguaggio politico, a mo’ d’esempio: : 9 novembre 89, la Bolognina, discesa in campo). Dopo, quindi.

Ecco: cosa è successo “dopo” a quella di “faccio cose”?

Quel che è accaduto a Michele Apicella lo sappiamo, abbiam visto i film, la Vespa bianca, la Ferrari (intesa come attrice), l’insieme a te non ci sto più cantato e praticato, l’abisso di dolore della Morante (intesa come Laura), l’antiberlusconismo fra girotondi e tribunali …, insomma: ciascuno di noi almeno un amico così ce l’ha, no? Michele Apicella, presto o tardi, farà la fine del pesce rosso nella boccia. Prima o poi il gatto (Renzi) se lo mangia. E “faccio cose”, invece?

Beh, qui il campione statistico è assai più vario. Intanto per molti è diventato un “faccio soldi”, ma al di là di queste degradazioni morali o di qualche incespicamento su una siringa avvelenata nel corso degli anni ’80, “faccio cose” si è poi progressivamente rinchiusa nel bozzolo di un impiego al ministero dell’istruzione o in un ufficio degli Enti Locali, cercando di salvaguardare con settimanali lezioni di tango o di pilates l’antica virtù.

Ma intanto, il vecchio tarlo, che per quanto possa avere attitudini simili non è neppure parente alla lontana della vecchia talpa che incrociammo nelle piazze di quel ventennio, seduti a leggere nell’ombra dei platani, lui scava ancora e il mobile di “faccio cose” ormai non lo prendono più neanche al mercatino degli oggetti riciclati. (per Il tarlo cfr. canzone omonima di Fausto Amodei).

“Faccio cose” ieri sera ha detto che non esistono più né la sinistra né la destra, e fin lì non ho fatto neanche una piega perché conosco bene tutta quella sinfonia, ha aggiunto che non esistono più neanche i ricchi e i poveri, e lì ho alzato solo un sopracciglio poiché non mi andava di litigare, né di chiederle come conciliava il suo status di esodata con un affermazione così. Ha proseguito dicendo che è stufa di cantare canzoni sulla Resistenza e che io sono un triste nostalgico.

Può essere che entrambi gli aggettivi mi disegnino a perfezione, meglio dei presunti artisti che si ritrovano a sbarcare il lunario sulle Ramblas o a Montmartre; obietterei che “triste” mi pare meno preciso di malinconico, e anche qui solo in condizioni astrali particolari. In ogni caso, io continuo a cantare:

Tu mi dirai che è sbagliato cantare la rivoluzione e la libertà, Tutto questo è inutile, Questo non è per domani Eppure …

Ed ancora una volta mi sono coricato tardi ier’sera.

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