Dovendo cominciare a scrivere una cosa nuova, una delle cose da fare è quella di sbarazzare la scrivania da carte che stanno lì da troppo tempo, dai CD acquistati di recente e che chiedono d’essere catalogati e impilati, da vecchi vinili appena  regalati e da altri fortunosamente ritrovati qua  là per il mondo, e dai libri che ormai non si sa più dove collocare. Fra una cosa e l’altra, ti ritrovi fra le mani degli Lp che non sai dove mettere e che naturalmente non venderesti mai, sia per il nulla monetario che ne ricaveresti, sia per il tanto di cuore che lasceresti in quella vendita. Succede che in uno spazio angusto e certo non idoneo a contenere tutti questi oggetti ritrovi due lettere di quasi trent’anni fa; ritrovi un modo di esprimersi che conosci bene, poiché il mittente è ancora vivo e la sua prudenza nel dire è forse soltanto aumentata, e certo incuriosirebbe, ora che i suoi figli hanno quasi la stessa età, la loro reazione. Ma naturalmente il condizionale è d’obbligo, poiché al di là della valutazione politica, un certo fascino per la Stasi io l’ho sempre avuto; e quindi tutto rimarrà lì almeno sin quando non “crollerà il muro”.

La cosa curiosa è che, occupandomi già allora di musica, in una di quelle lettere mi si chiedeva se conoscevo una certa persona. Credo di non aver neppure risposto alla domanda, allora. Oggi, invece, dopo aver riletto la lettera, ho inviato un sms scrivendo che vedo quella persona molto spesso, nello stesso bar dove quotidianamente mi reco a prendere un caffè. Vedo lei, il marito, sempre avvolto nei suoi quotidiani e in un silenzio quasi imbarazzante, persino i nipoti. Un caso, nulla di che, anche perché la persona in questione, pur avendo un ruolo non secondario nella cultura musicale di questa città, non è oggi molto più nota al largo pubblico di quanto lo fosse trent’anni fa.

E poiché, mentre stavo in queste faccende affaccendato, pensavo anche ad un colloquio recente che ha a che fare con la motivazione che sta in capo a questo scritto, ho pensato che sarebbe stato bello ritrovare un’altra vecchia lettera, ma non c’è stato verso: probabilmente dorme in qualche altro angolo angusto. Se la ritrovassi, però, sono quasi certo che non riconoscerei in quello scritto la persona con cui parlavo l’altra sera. In questo caso, per quel che ricordo, le differenze fra oggi e allora sono notevoli. Si può peggiorare invecchiando, e non è questione di cambiare idea o di smarrire gli ideali d’un tempo, anche perché, forse, non erano neanche idee così radicate o ideali così “vissuti”; quel che m’ha colpito, l’altra sera, è la mancanza di lucidità argomentativa, la difficoltà a comprendere il mondo circostante; di più: la difficoltà ad organizzare la propria vita, anche per quelle attività piacevoli e leggere che potrebbero costituire un’alternativa alla routine. C’è stata una perdita, insomma, che ha lasciato il segno. E pur essendo io assolutamente privo dei mezzi necessari a fare analisi di questo tipo, credo che si possa dire che, in questo caso, la risposta al vuoto improvvisamente creatosi sia immersione in un’attività frenetica, non perfettamente lucida, appunto, e, temo, inconcludente.

Insieme a quelle due prime lettere c’erano anche delle vecchie fotografie: il tempo è inclemente.

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