La panettiera era di Mondovì; vicino a Fossano, specificava; un Kg di pane costava 90 lire ed anche un litro di latte. Tenendo quelle due provviste in mano salivo in ascensore e premevo il pulsante n° 6 perché al 7 non ci arrivavo, al sesto uscivo, richiudevo e facevo a piedi l’ultima rampa di scale (non credo che la manovra sia durata più di qualche settimana, ma il ricordo è indelebile).

Panettiera, droghiere ed anche il lattaio interloquivano volentieri in dialetto; a ripensarci oggi l’effetto dev’essere stato abbastanza simile a quello che si prova in un paese straniero, visto che a scuola (e prima ancora in quell’asilo che oggi è sede del Centro di Documentazione) si parlava rigorosamente in italiano e in casa frequentemente in dialetto. L’altro dialetto: quello della nonna e del paese d’origine; così simile, si scoprirà poi, a quello usato da Cesco Baseggio nei “Goldoni” in televisione, ma soprattutto – e con quali profondi agganci con la mia futura realtà torinese! – a quello di Bertelli, D’Amico e Luisa Ronchini.

Ma sono scoperte che arrivano dopo.

Quasi certamente la prima penso sia stata Piemontesina bella, anche perché era tutta in italiano e il Valentino, pur collocato dall’altra parte della città, era un posto noto e a buon mercato. Un biglietto del tram, infatti, costava 30 lire – il prezzo di un gelato – e si cominciava a pagarlo solo dal raggiungimento di una certa altezza in su, per il resto bambini e pacchi non voluminosi viaggiavano gratuitamente, seguiti grosso modo con la medesima attenzione.

Farassino arrivò dapprima con alcuni pezzi teatrali in dialetto ripresi da Artuffo. Li ascoltai da una vicina di casa. Personaggio strano, per quel che ricordo aveva un tenore di vita appena un po’ più alto da quello che – anche oggi – attribuirei ad una famiglia composta da una casalinga e da un operaio Fiat, alla fine degli anni ’50. Ho spesso pensato, anche prima che la stampa iniziasse ad occuparsi della “fortuna” iniziale di Berlusconi, che sarebbe stato bello indagare su certi patrimoni formatisi fra guerra e dopoguerra, ma per il caso in questione sono arrivato a pensarlo troppo tardi.

“Un mare di fredde ciminiere”, così il Farassino autore in proprio. Onestamente non me la ricordo così la città; questo verso non funziona, così come il seguente: “un fiume di soldatini blu”. “Fredde ciminiere” è un ossimoro; oggi, le poche rimaste in piedi, possiamo definirle così, allora no, fumavano e non erano un mare. E’ poi abbastanza scontato il legame semantico con il “fiume”, ma “soldatini” richiama alla mente il 1984 di Orwell e invece, nonostante fossero appena dietro le spalle gli “anni duri alla Fiat”, non mi pare che fosse esattamente così. Nel momento in cui Farassino scrive la canzone ci sono già stati i fatti di piazza Statuto e gli scioperi  per il contratto dei metalmeccanici del ’63.

Meglio Mani nere, che arriva qualche anno dopo. Pur nel neorealistico bianco e nero di una fotografia scattata tanto tempo fa, è ancora possibile, in questa canzone, cogliere i bagliori infernali dell’altoforno. Le Ferriere (quelle che col tempo diverranno Thyssen Krupp) erano praticamente a metà strada fra casa mia e la scuola elementare.

Poi ci fu il Farassino dialettale che metteva in torinese le parole di Brassens, ma qui abbiam già fatto un bel salto in avanti nel tempo, quando anche il cantautore francese non è più uno sconosciuto a partire dal Gorilla o dalla Marcia nuziale di De Andrè.

Buscaglione. Immagino d’averlo scoperto solo quando andò a schiantarsi in auto il mattino presto, in quell’anno così importante per la storia d’Italia, ma che per me, allora, era soltanto l’anno iniziato con la morte di Coppi e poi quello delle Olimpiadi. Ma ogni volta che ascolto Porfirio Villarosa (quello che faceva il manovale alla Viscosa), mi vengono in mente alcuni personaggi che conobbi poi andando a lavorare in fabbrica. Operai che, quando c’era sciopero, non uscivano mai in corteo: o restavano dentro a fumare nei box, o andavano a casa, o meglio ancora si portavano in macchina qualche operaia con l’intenzione di ripetere pari pari l’esperienza di Lulù Massa nel celebre film che tutti avevamo visto. Ecco, per costoro, dieci o quindici anni più dei miei, Buscaglione (e Chiosso con lui) avevano disegnato una serie di tipologie indimenticabili. Cariùn era il termine, la definizione dialettale equivaleva ad un Gigi Rizzi in sedicesimo.

Naturalmente gli operai siffatti non erano tanti, ma erano una discreta minoranza anche quelli che si sarebbero riconosciuti appieno in quella canzone degli Assalti Frontali La nostalgia e la memoria scritta qualche anno fa da Sante Notarnicola. O forse mi sbaglio; nei miei anni di fabbrica, in fondo, frequentai quasi esclusivamente quella che fu definita l’aristocrazia operaia e, stando ad alcuni fatti che accaddero poi, non era forse quello il punto d’osservazione migliore, non quello più panoramico, diciamo.

A Torino era nato Cantacronache, ma alle loro canzoni arriverò quando ormai il gruppo era finito e in parte confluito nel Nuovo Canzoniere italiano. Era più facile arrivare alle canzoni di Balocco che a quelle di Liberovici e Straniero. Ed infatti i momenti d’ascolto di Ma mi (cantata dalla Vanoni) e del Canarin di Roberto Balocco, credo di poter dire che sono stati molto ravvicinati.

Oltre al Notarnicola già citato, che rimanda alle imprese della banda Cavallero, in quei primissimi anni ’70 nella cronaca torinese comparvero alcuni episodi poi sfociati in canzoni. Nell’estate del  ‘69, due ani dopo l’arresto di Cavallero e dei suoi complici (che fornirono a Lizzani il pretesto per un film che non aveva nulla da invidiare ai noir francesi), venne uccisa a Torino una giovane e bella prostituta. Il delitto rimase (ed è ancora) irrisolto e naturalmente restò a lungo nelle cronache della città, ma in un breve giro di tempo nacque una canzone, contenuta in un inconsueto e divertente Lp dal titolo Torino Cronaca di un allora piuttosto conosciuto chansonnier torinese: Mario Piovano. La canzone, scritta in un bel torinese da un giornalista della Gazzetta del Popolo si intitolava Requiem per ‘na fija ‘d vita. Comperai immediatamente quel bel disco che oscillava fra Gozzano e Pavese, fra atmosfere francesi e ambientazioni da piola.

Pochi tempo dopo, era il ’72, un ragazzo quindicenne immigrato dalla Puglia s’impiccò in casa, non sopportando l’umiliazione d’essere stato bocciato all’esame di terza media. Ivan Della Mea lo conoscevo già, probabilmente per via di O cara moglie, scritta qualche anno prima davanti al Lingotto, sua fu la Ballata per Ciriaco Saldutto che, da allora, assieme ad un’altra del torinese Maolucci e ad una del veneziano Bertelli, costituirono un po’ il background musicale per la mia futura professione.

Non so per quale motivo accadde, ma ho il netto ricordo di una sera d’inverno durante la quale parlo di Maolucci – siamo sempre lì, nei pressi del CDS – con un tale che era stato suo allievo. Non mi pare che Maolucci fosse già famoso, eppure … D’altra parte nel mio quartiere visse o transitò parecchia gente la cui fama andò poi ben oltre la cinta daziaria; nel bene e nel male, come spesso accade. L’industria dell’obbligo fu il suo primo Lp nel 1976 e, oltre ad essere presente in una delle prime radio libere torinesi (Radio Torino alternativa), è probabile che negli anni precedenti avesse già suonato in una delle tante feste dell’Unità di quartiere che allora si facevano. Ragion per cui quel ricordo un po’ vago avrebbe radici solide, insomma.

Quel primo lustro degli anni ’70 coincide anche con la riscoperta e riproposizione del Folk. Almeno due etichette, per quel che ricordo: la collana folk della Cetra e Zodiaco. Su quella strada passano in molti, da quelli già noti (con maggiore o minore sincerità) come Cinquetti o Identici, a quelli che il folk lo facevano anche prima come Tony Cucchiara o Daisy Lumini o il Duo di Piadena (vado a braccio), ma nascono anche nuove voci, nuove formazioni, anche a Torino. Il primo gruppo che ricordo d’aver ascoltato si chiamava Cantambanchi. Poi nasce il Cantovivo, mentre sono via per fare il militare.

Periodo piuttosto confuso, tuttavia, si passa dalle canzoni arcinote alle chicche riscoperte nella raccolta del Nigra, dalla “curenta” al tempo scandito degli inni politici, da l’esercito de l’Ebro a Bel oselin del bosch passando per le mondine. Poi Dalla scrive Un’auto targata Torino (anzi: la scrive Roversi) ed io quasi non me ne accorgo (in quel periodo ero un po’ come Cesare “perduto nella nebbia sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina”).

(segue)

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