Vado a scuola perché, come sa chi sa, non sono ancora riuscito ad abbandonarla.
Scorgo in un angolo un po’ di copie del “Corriere” del 26 marzo, quelle per gli studenti. E loro sì, son davvero abbandonate. Ne apro una distrattamente, più o meno a metà che è il posto canonico per sistemarci spettacoli e cultura, subito dopo la pagina dei necrologi e prima di quelle dedicate ai cultori di Balotelli.
Trovo un’intervista a Pollini (il figlio) corredata di foto che mostra una mansarda a tutti gli effetti imparagonabile con quella di Rodolfo e di Mimì (embé, ci mancherebbe!).
– Hai visto qua? – chiedo al mio amico R. che è architetto – i geni si trasmettono di padre in figlio …
– Eeh! …, ma il nonno era architetto, però. Replica lui che in questa storia di ereditarietà dei geni ci deve essere entrato da un po’ avendo una figlia violinista.
– Figini, Pollini … – continua R. – Il razionalismo italiano.
– Ma certo, certo. E mica l’ho dimenticato.

Quante tesine assegnate sull’Olivetti di Ivrea, col prof di Lettere che approvava e aggiungeva: OK, va bene. Per l’argomento di Storia prepari gli anni ’50 e poi ti leggi Volponi …
– Chi?
– Volponi, Paolo. Memoriale.
Bei tempi! (i primi anni delle tesine).
Poi R. va in classe e io mi leggo l’intervista.

Ah! Ecco, altro che Rodolfo e Mimì: “ questa era la casa di un architetto, l’aveva disegnata mio nonno Gino … (che) fu anche un buon violinista”.
Amava le scienze, Daniele Pollini, ma ad un certo punto della propria vita voleva forse farsi pittore (e ricorda all’intervistatrice che Fausto Melotti era suo zio), poi, finalmente, e senza eccessive pressioni esterne arrivò alla musica. Quella classica.
L’intervista non può trascurare, ovviamente, la figura del padre, il suo impegno politico/musicale, quella sua lezione che consiste, afferma il figlio, nel fare musica “sempre entro un contesto culturale più ampio”, “con rigore estetico e morale”.
E oggi?
Oggi non è più il tempo de ‘La fabbrica illuminata’, né quello di ‘Como una ola de fuerza y luz’, afferma il 36enne figlio di Maurizio Pollini. Oggi “il compito più ‘rivoluzionario’ per un musicista sarebbe impegnarsi per sviluppare nei giovani l’attitudine all’ascolto”.
Va bene. Però io credo che né Nono, né Abbado, né Pollini (Maurizio) avrebbero usato il condizionale.

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