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1960 6 luglio. I fatti di Genova (tentato congresso del Msi, i ragazzi con le magliette a strisce)sono ancora sui giornali (almeno su alcuni), all’indomani ci saranno i morti di Reggio Emilia mentre a Roma la polizia carica a Porta san Paolo un comizio antifascista (è l’ultimo e più nefasto mese del governo Tambroni). Fra le forze di repressione c’è anche la polizia a cavallo che insegue e picchia i manifestanti. Scrive Aldo Natoli (allora capogruppo, mi pare, del Pci nel consiglio comunale della capitale: “schioccavano come nacchere gli zoccoli dei cavalli sui sampietrini”. A guidare la carica i fratelli D’Inzeo che un mese dopo parteciperanno alle Olimpiadi vincendo delle medaglie.
Olimpiadi che non vidi: non avevamo la televisione, solo la radio. Ascoltavo parecchia musica e non sapevo nulla né di Genova, né di Reggio. In Grecia la democrazia è soltanto di facciata ed anche Costantino, che salirà al trono fra pochi anni, partecipa alle Olimpiadi vincendo una medaglia d’oro nella vela.

La canzone ebbe un successo immediato e travolgente. Escludo nel modo più assoluto d’aver visto il film di Jules Dassin, ma quelle note, quella melodia, se non appartengono al mio 1960 saranno al massimo dell’anno dopo. E non certo nella versione originale ch’era questa, cantata da Nana Mouskouri:

Anzi: precisamente questa, per aver anche modo di ascoltare la voce della meravigliosa interprete:

con tanto di traduzione del testo cantato ch’era tutt’altra cosa rispetto alla solita versione zuccherosa che se ne farà in italiano
I Ragazzi del Pireo (traduzione originale dal greco)

Dalla mia finestra mando
uno due tre e quattro baci
che arrivando al porto diventano
uno due tre e quattro uccelli

Come avrei desiderato avere uno e due
e tre e quattro bambini
che crescendo diventassero tutti
bei giovanotti per la gioia del Pireo

Per quanto cerchi, non trovo un altro porto
che mi abbia fatto impazzire come il Pireo
Che, quando si fa sera, mi snocciola canzoni
e varia i suoi accordi, e si riempie di ragazzi

Appena esco dalla mia porta
non esiste nessuno che io non ami
e quando la sera vado a dormire, io so come
so come, come fare per sognarlo.

Piccole gemme mi appendo al collo e un amuleto
un amuleto che mi protegge
perché tutte le sere, quando scendo al porto,
sto ad aspettare per trovare qualche sconosciuto.

Per quanto cerchi…

Le case chiuse erano state “aperte”, per dir così, già da una legge del 1958, tuttavia non era ancora lecito sentir cantare gli amori di una prostituta (al massimo da quell’ambito se ne poteva trarre un film come Adua e le compagne, per esempio), e così venne la versione di Dalida, col suo “stupido” testo, come spiega Michele Ciavarella sul manifesto di oggi:

Ma non è questa la canzone che ascoltavo. Per la verità ce n’è anche una uguale incisa da Milva (una Milva ancora lontana da Strehler), è dello stesso anno ma il mio ricordo è diverso.

L’impressione che ho è quella d’aver ascoltato questa canzone in italiano, ma da una cantante straniera. Esclusa Dalida che ha una voce troppo particolare, esclusa la Nana Moskouri (che aveva un bel mercato in Francia, ma credo pochissimo in Italia, resterebbero Connie Francis e Petula Clark. Entrambe incidevano abbastanza frequentemente qualcosa in italiano (la Francis era addirittura di lontane origini, mi pare), ma una ricerca, abbastanza frettolosa, non ha convalidato il mio sospetto. Rien a faire.
Ed allora ascoltiamoci questa Dalida che in francese mantiene un testo più fedele all’originale, oltre ad un fascino – stando sempre al manifesto di oggi – che pare intramontabile.

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