Meno brillante dei due giorni precedenti, per via di quel velo trasparente che il sole ha steso innanzi a sé, eppure anche stamane è primavera. April come she will, cantavano loro, ma in questo momento preferisco lei che è amore più recente. Gli amori recenti son sempre i più eccitanti, ma la passione vera la si riserva per quelli di lunga durata. Anche se poi …, il banale scorrere del tempo fa sì che anche i recenti diventino antichi a loro volta. Basta avere tempo.
Ma noi non abbiamo tempo, il tempo ci è dato.
Il tempo ci è dato in uso senza data di restituzione, finché arriva l’esattore e la riconsegna è pressoché istantanea. Dice la tradizione popolare che l’esattore è di sesso femminile, piuttosto bruttina e dotata di falce. Gipo Farassino, ad esempio, parafrasando Brassens afferma che “la signora” piuttosto scheletrica faceva “il mestiere” nei dintorni del cimitero mostrando a tutti le scarse virtù della sua carcassa, al che lo sventurato risponde: “le fumne maire ‘m piasu nen” le donne magre non mi piacciono; ma Atropo ha già in mano le forbici e a Barba Michlin tocca far buon viso a cattivo gioco. Ricordo anche un bel colloquio fra la succitata signora e Vittorio Gassman in un celebre film di Monicelli, ma subito mi sovviene l’altrettanto celebre partita di scacchi in un film di Bergman …; trattasi di uomo. Si vede che la tradizione nordica è diversa. Anche Vecchioni è uno che ci pensa a queste cose. Va bé, Samarcanda l’aveva forse scopiazzata, ma Viola d’inverno è una bella canzone.
Comunque: non era con questa tavolozza funerea che mi ero accostato all’idea di colorare il post di stamane. Mi era semplicemente venuta alla mente quella famosa canzone dei Dik Dik che rimase in Hit-Parade da un equinozio all’altro, e che, come molte altre della coppia Mogol-Battisti (almeno per una certa fase), racconta la triste storia di uno mollato dalla morosa (ma Vendo casa mi piaceva molto di più, sia nel testo che musicalmente). Ricordo che la maestra, una donna alta e severa, grembiule nero e occhiali con montatura dello stesso colore (alla fine degli anni ’50 non c’era ancora tutta questa insensata possibilità di scelta fra firme e design, né l’odierno obbligo di abbinare la montatura degli occhiali al colore dei capelli, nonché alla forma del viso, al colore dell’abito etc. Infatti si viveva meglio, ma si sa: io sono un intollerante). La maestra, dicevo, disse che la primavera comincia il 21 marzo, ed allora stamattina, postando su Facebook la canzone dei Dik Dik, ho aggiunto: “Lo so che sono in anticipo, ma quando si invecchia si ha fretta”. In realtà non è poi così vero, è una di quelle tante sciocchezze che van bene per Facebook, ma per una riflessione più ponderata ci soccorre la filastrocca: il caval del giovanotto va di trotto va di trotto, è la gioventù che va di fretta; non solo: anche nel film di Bergman il cavaliere rientrato dalla Crociata e trovando la Morte ad aspettarlo la sfida a scacchi, che notoriamente è un gioco lungo e per gente paziente.
Altro che fretta. Mi piacerebbe avere una nipote già grande ed affermata giornalista (magari per poterla criticare “lo zio ha sempre qualcosa da ridire”), e due nipotini già iscritti all’Università (magari uno dei due al Conservatorio). Ma se ciò dovrà o potrà accadere, con quali occhi guarderò quei fatti? Con quale mente li considererò?

“Arriverà che fumo o che do l’acqua ai fiori …” dice Vecchioni.
Per intanto, allora, e per quanto è possibile Io mi fermo qui.

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